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Sardegna: storia, cultura e grandi vini
Numero di Luglio 2008
La tradizione dei vitigni sardi passa attraverso le lingue e le leggende dei popoli che, nei secoli,si sono avvicendati nell’isola. E così il Cannonau è stato introdotto dagli Spagnoli,mentre l’Erbaluce,che corrisponde alla Bianchetta Sarda,è arrivato grazie ai Piemontesi
Questa isola, perduta nel deserto marino, è circondata dal fascino delle leggende. Una lunga teoria di popoli che si avvicendano l’uno all’altro per signoreggiare: così vediamo i subdoli Fenici, mercanti che sfruttano le ricchezze degli Aborigeni laboriosi e leali raccolti sulla spiaggia in tribù autonome (vedi il baratto silenzioso). Altre tribù sono raggruppate intorno ai Nuraghi, a quelle che vengono presentate come Tombe dei Giganti, altari forse che noi conosciamo per la memoria pervenutaci sotto la designazione di Sardus Pater, intente a misteriosi sacrifici vicino alla Domus de Jana, sepolcreti non storicamente definiti.
Ai Fenici succedono i Cartaginesi che sfruttano il mare e le miniere, poi i Greci e i Romani e nel torbido Medioevo arrivano gli Arabi, poi i Pisani, i Genovesi, gli Spagnoli, i Veneti, gli Austriaci e, ultimi, i Piemontesi. Allora, a quali popoli deve la Sardegna la coltura e la cultura della vite? Ai Fenici che forse lasciarono quello che ora noi chiamiamo il Campidano sprovvisto di vigne? Ai Cartaginesi autori del più antico trattato di viticoltura che ricordino i georgici classici, ma che non hanno portato con sé la pianta così cara a Magone il cui nome viene citato spesso nelle antiche cronache dei sardi? Si dice che vengono illustrate le carte di Arborea, geniale falsificazione della storia medioevale della Corte e del popolo oristanese, al Sardegna Punica risulta essere ricca di vigne. Vi è “niedda” che ha tutte le caratteristiche dell’uva orientale. Quando i Romani sbarcavano in Sardegna portavano seco il vino, come se nell’isola non ci fossero vigne… Ma questa non è una ragione valida, perché essi erano abituati a quegli intrugli che impedivano loro di adattarsi al vino non artefatto dei Sardi, semplici di costumi, arcaici di gusti.
Infatti, nelle esplorazioni delle città sarde sepolte, non si trova alcuna traccia della religione dionisiaca, dato che i Sardi non vollero saperne di una religione straniera. Quell’ammucchiata di Dee senza pudore, bugiarde, pettegole, libidinose e quegli Iddii ladri, prepotenti, senza onore, cacciatori di vergini e corruttori di infanti, dovevano procurare loro una certa nausea. I sardi, di onesta coscienza e di consumi illibati a cui era, e lo è tutt’ora, sacro il focolare domestico, a quella turba di Dei preferironol’antica fede dei Padri che abbandonarono completamente solo dopo circa mille anni dalla venuta di Cristo, quando con il martirio di Efisio, di Giusta, di Gavino,compresero la bellezza e le virtù del Cristianesimo che divinizzava i sentimenti da loro professati nell’amore per la famiglia e la patria. Dicono che i Romani non volessero altro che la coltura del grano per sfamare la plebe oziosa, pettegola e parassita del pubblico Erario...
In Sardegna alcune pratiche di tecnica viticola e enologica ricordano però l’epoca romana e forse più antica: così la potatura delle famose vigne dell’Oristanese da cui si produce muggine di Cabras, gustandola poi con l’amaretto di Oristano o sorseggiandola con gli agrumi profumati di Milis. In Barbagia, dove la vite ebbe sempre il suo impero, si coltiva il Cannonau; abbiamo poi la Malvasia a Bosa e il Moscato nella Planaria e nel Campidano, conosciuto, grazie a Columella, come uva apiana. Qui la viticoltura tenuta in considerazione sin dal più alto Medioevo, ricorda l’epoca dei Regoli o Giudici nati dalle rovine del periodo bizantino e Costantino I, giudice a Torres, la città che possiede il più bel tempio cristiano dell’isola, quello di San Gavino, donava il 13 novembre 1113 alla Chiesa ben 4 vigne e 12 tini, mentre il Regolo Barione, il 21 ottobre del 1157, regalava alla moglie (della quale era innamoratissimo) la Villa di San Teodoro, oggi scomparsa, quella di Bidoni e Oratili, terre, armenti, schiavi e vigneti.
Verso il 1300 il commercio del vino sardo arrivava sino a Pisa, Venezia, Genova, Napoli e si spingeva sino in Grecia, tanto che venne istituito un Dazio per incrementare l’Erario: un denaro per il vino rosso (latino) e due per il bianco (vino greco). Non dimentichiamo poi la Carta de Loguche Eleonora d’Arborea emise il giorno 11 aprile 1395: in essa vengono istituite le norme per la custodia della vigna.
Forse è proprio all’epoca di Eleonora che viene introdotta a Oristano la Vernaccia, importata da qualche Vescovo di quella diocesi, insieme a alcune uve importate dai Genovesi e dai Pisani. La lontana tragedia degli Ugolini cominciò nell’Iglesiente (Acquafredda) mentre i Doria e i Malaspinasignoreggiavano la Planaria e il Logudoro.Nel 1286, negli statuti sassaresi, si prescrive che il vino non può essere venduto al dettaglio, che a 4 denari alla pinta (1 litro circa della nostra misura) e trent’anni dopo,nel 1316, l’Agro-sassarese era così fiorente di vigne che per non svilire il prezzo del vino si proibì l’impianto di nuove vigne (altro che Cee ai giorni nostri).
Pur essendo in periodi alquanto difficili, la vite a quei tempi era assai curata e nessuno poteva appropriarsi dei sarmenti senza il consenso padronale, tanto che correvanole multe: 2 soldi per ogni vite se si impossessavano di dieci viti, 10 lire sarde per 50 viti, e così di seguito. E chi non poteva pagare? Lo impiccavano. Anche per gli incendi era la stessa musica: da 25 lire sarde di multa fino alla forca. Per chi invece rubava l’uva o i pali la multa era da 20 a 40 lire a seconda se le vigne erano aperte o chiuse. Alla lunga presenza pisana nell’isola si deve anche l’introduzione di alcuni vitigni come il Trebbiano,che sembra abbia mutato il nome in Nuragus, e qualche altro vitigno secondario.
Da Genova pervenne (o almeno sembra) il Fermentino che a Tempio prendeva il nome di Arratelau. Al tempo in cui la Sardegna veniva considerata come feudo della Chiesa si deve l’importazione di alcune particolari varietà di uva da tavola come la Axina de Angiulus (uva degli angeli), Axina de Gerusalemme, di Santa Maria, del Beato Salvatore, e così via. Agli spagnoli si deve il Cannonau, che si ritiene si tratti dell’Alicante, il Turbart, il Mandras, l’Almadras, il Girò, il Titillo, il Bavale Mannue il B. Piticcu, il Nascu, il Galoppu e tanti altri ancora.
Ai Piemontesi è dovuta l’introduzione dell’Erbaluce che si vuole corrisponda alla Bianchella sarda, secondo vecchie supposizioni, mentre è certa invece l’introduzione della Barbera Piemontese. Com’era il commercio del vino? Fino a quando La Marmora, l’uomo a cui la Sardegna deve moltissimo, non raccolse le sue prime cifre ufficiali, l’esportazione non era ben chiara. Nel 1880 per la sola provincia di Cagliari, si esportava per 1.512.070 di lire di vino in fusti e per 41.287 lire in bottiglia. Nel 1887 si giunse con i fusti a 2.276.405 e a 32.259 lire in bottiglia per il vino superiore, con susseguenti incrementi fino alla comparsa della fillossera. Verso il 1840 fu “tentata” una associazione fra i produttori di vini fini, ma l’esito fu negativo.
Nella seconda metà dell’Ottocento, invece, sorse una fiorente e fattiva unione fra i più attivi negozianti di vini del Campidano di Cagliari:la Vinalcool. Poi, sempre con lo stesso spirito fattivo, nel 1870 vennero gli Zedda, i Panis, i Leopardi, i Capra (della Vinalcool) i Fadda, i Fanni, i Lauco e diversi altri. La caratteristica del commercio sardo è sempre stata l’estrema onestà e la correttezza che è continuata e continua tuttora con alti e bassi attraverso le nuove realtà di cantine sociali come Santadi, Tempio, Calasetta, Doglianova e tante altre cantine private come Argiolas, Contini, Sella e Mosca, Decana, Picciau, Corda, Carta, solo per citarne qualcuna, senza per altro far torto a chi non è nominato. Nella media sono tutte valide e il povero Cantaro, grande sofisticatore dell’antica Grecia, non sarebbe stato, né sarà, mai preso in considerazione.
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