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Quel Brunello fatto con le vigne di carta
Numero di Luglio 2008
La Procura di Siena ha svelato speculazioni e incapacità sia dei produttori che delle autorità politiche e di controllo.Montalcino e la Toscana, alle prese anche con lo scandalo del Nobile, sono in balia della crisi di un mito. Si discetta ora se cambiare o meno il disciplinare, ma l’inchiesta mira a dimostrare che si sono creati vigneti fantasma per fare soldi facili
Una sola buona notizia dal fronte caldo del Brunello di Montalcino: il conte Francesco Marone Cinzano si è dimesso da presidente del Consorzio. Ma non lo ha fatto, come era da attendersi, per manifesta incapacità. Il suo è stato un gesto spontaneo. Il neoministro all’Agricoltura Luca Zaia ha commissariato il Consorzio privandolo - fatto senza precedenti in Italia - dei poteri ispettivi e di controllo e ha nominato tre saggi “tutori” del Brunello: Riccardo Ricci Curbastro (presidente della Federdoc), il professor Vasco Boatto (Università di Padova) e il dottor Fulvio Mattivi (responsabiledei laboratori dell’istituto di San Michele all’Adige).
Saranno loro a dire al ministro come risolvere il caso Brunello. Mentre già in Procura a Siena sono cominciati a sfilare i primi indagati in una mesta processione, forse consapevoli che rischiano fino a sette anni di carcere per reati che vanno dalla frode in commercio al falso e alla frode ai danni dello Stato, una domanda s’impone: il direttore del Consorzio Stefano Campatelli perché non sente il dovere di andarsene ? Anche perché, piano piano,una verità ben più pesante di quella che si era accreditata fino a oggi sta emergendo. E racconta di possibili accondiscendenze del Consorzio verso i maggiori produttori, quelli che hanno guadagnato di più a dispetto dei piccoli vignaioli.
Il Brunello, infatti, non è vittima solo di chi ha mescolato un po’ di Cabernet o Merlot al Sangiovese per compiacere critici e consumatori americani. Il Brunello è stato tradito da alcuni specultaori.È questa la vera ipotesi di reato alla quale sta lavorando la Procura di Siena dove, nel frattempo, c’è stato il cambio della guardia al vertice: il Procuratore Capo Antonio Calabrese è andato in pensione e al suo posto è arrivato da Grosseto il Tito Salerno. Ma l’inchiesta, che è nelle mani del sostituto procuratore Mario Formisano, non si ferma. Anzi. Ha subito un’accelerazione, ma certo non nel senso che il balbettio di Cinzano e Campatelli aveva auspicato. Facciamo le analisi - avevano detto - dimostreremo che è tutto a posto. Niente affatto.
L’ accelerazione dell’inchiesta è sui controlli delle dichiarazione dei vigneti. Con rilievi aerei la Procura ha infatti scoperto che molte aziende hanno iscritto a Brunello vigneti inesistenti. Con un triplice intento speculativo. Il primo, quello di poter comprare del Sangiovese qualsiasi e venderlo come Brunello lucrando cifre colossali (basti dire che un San giovese si compra a due euro al litro e che il Brunello si vende a non meno di 20 euro al litro); secondo, quello di assicurarsi credito infinito dalle banche contando sul catasto viticolo e offrendo i vigneti in garanzia (la differenza tra un ettaro di vigna qualsiasie un ettaro iscritto a Brunello è valutabile nell’ordine di 400 mila euro); terzo, poter disporre di quantitavi di vino al riparo da qualsiasi controllo. E vi è un quarto intento speculativo: quello di poter gonfiare gli ettari in proprietà in modo da ricevere maggiori contributi europei.
Ed è questo l’ultimo e più grave filone d’inchiesta aperto dalla Procura della Repubblica di Siena. Insomma, il Brunello sarebbe stato prodotto (si fa per dire) da alcuni con delle vigne di carta, come nella più bieca e volgare prassi dei truffatori agricoli. Ovviamente tutto questo è ancora da accertare, ma se l’inchiesta ha questo argomento come caposaldo, allora il molto discettare che si è fatto di analisi e controanalisi e anche la discussione in atto sulla opportunità di modificare il disciplinare del Brunello per ammettere l’uso di una percentuale di altri vitigni oltre al Sangiovese nella produzione del vino sarebbero del tutto secondari rispetto al cuore dello scandalo del Brunello che si configurerebbe come una volgarissima truffa.
E in questo caso le responsabilità del Consorzio sarebbero pesantissime. Avrebbe infatti certificato vigneti che non esistono, avrebbe concesso fascette della Docg oltre la reale produzione, non avrebbe vigilato sul “traffico di cisterne” che si dice negli ultimi anni a Montalcino si sia fatto più serrato. E un indizio sta nel fatto che molti produttori di Montalcino hanno comprato vigna nella vicina Doc Orcia o addirittura sul versante grossetano della valle. A rigor di legge avrebbero potuto far entrare nottetempo Sangiovese prodotto fuori da Montalcino in cantina senza neppure bisogno di bolle di accompagnamento di questi carichi sospetti perché le cisterne avrebbero dovuto compiere meno di 50 chilometri. A portare verso questo filone l’inchiesta senese ci sarebbe stato un riscontro tra i documenti di cantina e le dichiarazioni fatte al catasto viticolo per cui risulterebbe una sovrapproduzione di Brunello ingiustificata, il che avvalorerebbe l’ipotesi di reato che a Montalcino ci siano delle “vigne di carta”.
Il secondo filone d’inchiesta, quello del Brunello taroccato con Cabernet e Merlot, sarebbe invece corroborato dall’aver ritrovato appunti di enologi che ordinavano ai cantinieri come fare i tagli. Ma se in questo caso le analisi (sulla validità scientifica delle quali si è aperto un dibattito) potrebbero forse dimostrare la non purezza del Brunello, nel caso in cui alcuni produttori avessero imbottigliato Sangiovese proveniente da zone diverse da Montalcino le analisi non servirebbero a nulla.
Ecco perché la Procura sta indagando nelle carte depositate alla Regione Toscana e sta rivoltando come un calzino la documentazione del Consorzio. A riprova che la Procura di Siena si muove non tanto alla ricerca del Brunello taroccato con altre uve quanto alla ricerca del falso Brunello, sta anche l’altra inchiesta che rischia di travolgere un’altra prestigiosissima Docg toscana: il Nobile di Montepulciano. A Montepulciano sono stati sequestrati 150 mila ettolitri di vino e sono coinvolte la Vecchia Cantina, la più consistente cantina sociale che ha già messo in cassa integrazione i suoi 50 dipendenti, e l’azienda di Luca Gattavecchi, presidente del Consorzio che, avvisato di garanzia a titolo personale, si è subito dimesso dall’organismo di tutela. C’è chi ha notato la differenza di stile tra Montalcino e Montepulciano.
Ma il fatto è che anche l’inchiesta montepulcianese si muove alla ricerca di vino importato da fuori zona e spacciato come Nobile Docg. A questo punto era logico aspettarsi una presa di posizione della Regione Toscana che invece tace. L’ unico a parlare è il Sindaco di Montalcino, Maurizio Bufi, che è preoccupatissimo per l’economia locale (si era parlato di possibili 4 mila licenziamenti, notizia poi smentita) e che assiste un po’ incredulo al balletto che si è riaperto sul disciplinare del Brunello. Il neopresidente del Consorzio Patrizio Cencioni (Azienda Capanne, suo padre fu il fondatore del Consorzio) ha già detto che il disciplinare non si tocca, nonostante Ezio Rivella - il creatore di Banfi - insista perché si apra ai vitigni internazionali.
Ma lo scontro tra puristi e innovatori (in un clima da lunghi coltelli e di sospetti incrociati tra i produttori) appare al momento marginale. Perché a Montalcino la crisi non è nata solo dal Brunello taroccato, ma per il Brunello di carta. E il “monte dei lecci” oggi assomiglia sempre di più all’orto di Getsemani: qualcuno come Giuda ha tradito il mito per 30 denari!
Grazie a Zaia dagli Usa primo “ni”
Il gran lavoro diplomatico del ministro dell’Agricoltura Luca Zaia - che a questo punto si merita il titolo di “defensor Brunelli” - ha per ora fatto superare il blocco all’export del Brunello di Montalcino negli Usa che sarebbe dovuto scattare il 23 giugno. L’ATTB si limiterà a chiedere ai produttori una certificazione di conformità di azienda e vino vidimata dal governo italiano e non insiste più sulle analisi per consentire l’importazione di Brunello in Usa.Zaia, che ha prima incontrato il suo omologo americano, poi ha fatto vistare Montalcino da ispettori Usa, resta tuttavia cauto. «Vogliamo arrivare ad una totale definizione dei questa faccenda» ha detto. Anche perché l’inchiesta di Siena potrebbe non consentire al ministero di rilascaire a cuor leggero i caveat per le aziende di Montalcino. Insomma dagli Usa per il Brunello siamo al “ni”.
La trincea del Sangiovese
Anche il minsitro Luca Zaia ha lasciato intendere che sì, forse un ritocco al disciplinare del Brunello si può fare. A spingere perché si apra il Brunelloa Cabernet e Merlot è soprattutto Ezio Rivella (il creatore della Banfi, il maggior produttore di Montalcino che ha seicentomila bottiglie sotto sequestro) che ha scritto anche un libro per sostenere che il vino va fatto secondo quanto chiede il mercato.
A Rivella si sono accodati i maggiori indagati (tra gli altri Antinorie Frescobaldi) che sperano così di evitare la frode in commercio. Ma il neopresidente del Consorzio Patrizio Cencioni, e con lui i piccoli produttori e soprattutto Franco e Jacopo Biondi Santi, gli eredi della dinastia che ha inventato il Brunello di Montalcino, dicono no: il Sangiovese grosso di Toscana non si tocca. Il disciplinare del Brunello resta quello che è. E per dirla con Maurizio Bufi, il sindaco di Montalcino: «se qualcuno ha taroccato, che paghi».
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