Vie del gusto
Giovedì 20 Novembre 2008 - 10:59
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La prosopopea allappa

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La prosopopea allappa
Numero di Luglio 2008

Grazie al “vinese”, i sommelier hannoalienato il concetto fondamentaledella comunicazione: farsi capire.

Stasera che sera... cantavano così i Matia Bazar se non sbaglio...una sera senza la radio, da un lato ci dispiace un po’ aver trascurato lo zoccolo duro di chi ci ascolta ad ogni puntata, dall’altro, però, ci siamo concessi il lusso di un film, un bel fim.Il Divo di Paolo Sorrentino. Un film molto pop! Dopo, siamo andati a bere del buon vino italiano nell’ultimo wine bar aperto qui nella capitale. Un bel locale nel centro storico di Roma, un’open space con arredamento minimale e moderno, freddo al punto giusto per creare un ambiente esclusivo, per vip o presunti tali, per gente insomma che ne capisce (o almeno così vuol far credere) di design, di mode, di tendenze.Se vuoi essere un trendy devi frequentare assolutamente questi posti. Il sommelier, una ragazza sulla trentina, carina e gentile, si è avvicinata con fare ammiccante, per il vino richiesto ha sfoderato una sequela di almeno 20 termini incomprensibili in vinese che hanno steso i nostri amici. Abbiamo tradotto e lei ha riso. Loro hanno capito e lei rideva!Ma non poteva farlo subito? Perché parlare difficile? Che vuol dire? Lei sarebbe anche carina, ma perché la vestono come un  paggio nuziale americano? Pare un corvo! Ha pure un posacenere al collo... ma nei locali non è vietato fumare? Ahhhh, è un tastevin, serve per assaggiare ma non viene usato mai! Capisco che tra loro, tecnici del servizio del vino si possa usare un gergo interno, ma con il pubblico?Senza quelle parole, senza quei riti, quella uniforme, quella “bibbia” da cui dipendere, non puoi far parte della settadi Bacco.Il sommelier è un lavoro importante, fa da tramite, è un veicolo che serve a far comprendere, il comunicatore finale del vino. Perché in molti se ne dimenticano e diventano complicatori?Oggi siamo di fronte ad un vero e proprio vortice che intrappola il linguaggio enologico. Un vero paradosso. Il vino è fatto dai contadini, da piccoli imprenditori agricoli, da gente legata alla terra e alle tradizioni, ai dialetti, che spera nel consumo quotidiano del loro lavoro. Con tutta questa ritualità il vino si ghettizza, si chiude, involve e non si vende... Anche le retroetichette delle bottiglie sono strane, dovrebbero spiegare dallo scaffale di che si tratta e invece sono scritte in modo identico alle guide.Ah le guide, (ne scriveremo presto)! Ma perché le chiamano così? Beh, io le chiamerei pagelle: danno i voti! Chi conosce il vino lo deve proporre agli altri, deve saper giocare con esso,deve raccontare le storie della vigna, della cantina, del territorio,degli uomini. È il fattore “E”, quello emozionale, che caratterizza il vino italiano. Il sommelier dev’essere veloce e capace di affascinare, non può permettersi di depistare, di confondere, di spaventare. Il gusto è soggettivo e tale deve restare: lei diceva prugna e io percepivo mela... ...chi ha ragione?Tutti e due, ma che importa. Poi, basta sentirci qualche cosa e godere delle sensazioni e del momento!Il vino è il più potente socializzatore che ci sia... liberiamolo!

del.icio.us


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