Vie del gusto
Giovedì 4 Dicembre 2008 - 19:49
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Bacco minore 4

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Bacco minore 4
Numero di Luglio 2008

Estate tra sole e mare: il nostro avvocato-gourmand ha fatto tappa in Sicilia, alla scoperta di autoctoni che testimoniano i valori della viticoltura isolana

Fu Salvatore Denaro, oste nativo di Piazza Armerina, a chiarirmi il misterioso rapporto tra il mondo degli uomini e quello del vino. Ci sono osti che si sforzano di esserlo, e osti ai quali viene naturale, poiché per loro il vino rappresenta una seconda, rassicurante zona di vita. Salvatore, beone curioso, appartiene a quest’ultima categoria.

Da ormai vent’anni ha lasciato la Sicilia e si è stabilito a Foligno; ma di quell’isola porta dentro, imbozzolata, l’essenza vitale. È lui il “Bacco Felice” che mi fornisce notizie del profondo Sud d’Italia. Di ritorno da un viaggio etilico in Nuova Zelanda, mi raccontò di aver affrontato i vignaioli di laggiù che andavano sparlando della Sicilia, per il solo fatto di affermare che la Nuova Zelanda – per condizioni climatiche, temperatura mite, vigne disposte in collina,accarezzate dalla brezza del mare e dal sole acceso – fosse in tutto e per tutto simile alla sua amata terra.

Salvatore sa che la Sicilia è unica e irripetibile. Afferma che la secolare vocazione vitivinicola isolana, i caratteri ampelografici distintivi presenti nel Vesparola, nel Carricante, nel Catarratto, nel Grecanico, nel Grillo, nell’Inzolia, insieme all’unicità del clima e all’irripetibilità del territorio, ci salveranno dall’omologazione del gusto; così come i produttori siciliani ci preserveranno dalla globalizzazione del pensiero enologico, perché hanno dalla loro il terroir e l’intelligenza giusta per ricavarne vini sorprendenti.

Forse è per questo che non s’intristisce davanti ad un bicchiere di Frappato, di Nerello Cappuccio (o Mantelleto) o di Negrello, la cui cifra- dice - sta sì nel DNA dei ceppi, ma prima ancora nell’orgoglio di chi li coltiva. Penso a Ciro Biondi, che a Trecastagni, nel versante est dell‘Etna, dai sette infuocati ettari di sciarra ricava un prodotto dal nome odisseico. Outis è la spontanea dimostrazione di come la lava riesca a permeare lo spirito e la sostanza di un vitigno; nel suo caso senza provocare quella nota stonata di carne affumicata tipica del Nerello Mascalese. Segno che il versante sud-est del vulcano è più vocato a restituire finezza all’Etna Rosso rispetto al versante Nord di Randazzo, dove la migliore insolazione e la più ampia escursione microclimatica cedono maggiori spunti di alcool (Tenuta delle terre Nere - Jano de Grazia, Passopisciaro - Franchetti, Val Cerasa - Alice Bonaccorsi).

La prova del nove ci giunge dal Grand Cru della denominazione (Serra della Contessa di Benanti) le cui uve provengono dal Monte Serra a dieci minuti di auto dall’azienda Biondi. Ecco la dimostrazione che l’Etna, come sostiene Ciro, rappresenta un’isola nell’isola e che non si può parlare di vino siciliano in generale perché le caratteristiche dei territori sono molto diverse:se il resto della Sicilia ricorda Bordeaux, l’Etna ricorda la Borgogna.

Se così non fosse, non si sarebbe scatenato intorno a questo terroir l’interesse da parte degli altri produttori. Planeta, Tasca D’Almerita, Duca di Salaparuta hanno acquistato terra nella zona Nord del vulcano, seguendo i primi arrivati Franchettie De Grazia. Speriamo che questi nuovi “etnei” vi piantino vitigni autoctoni e rispettino il sistema tradizionale di coltivazione ad alberello.

Fu Maurizio Marchisio, Capitano di Vascello in congedo e oste a Livorno, che nel corso del Vinitaly mi presentò a Mirella Tamburello. Mirella produce il Pietragavina, un Perricone in purezza (o Pignatello), ricavato da un vitigno in via d’estinzione che un tempo veniva usato in associazione per ottenere il Marsala Ruby. Siamo a Palermo, nel cuore della denominazione Monreale.

Il professor Cebbia, ordinario di oncologia medica, direttore del Consorzio di Ricerca sul Rischio Biologico in Agricoltura, ha riscontrato nel Pietragavina una concentrazione d iresveratrolo e di piceatannolo molto superiore rispetto agli altri rossi. Si tratta di sostanze che aiutano nella prevenzione di gravi malattie: una vera e propria risorsa a sostegno della salute.

Sono seduto con il direttore Cambi e Lamberto Sposini al TricTrac, trattoria all’ombra del Duomo di Spoleto. Ci inchioda a quel tavolo lo sguardo ammaliante di Vinzia Firriato. Le sue parole sono avvolgenti e sicure come le note di spezie nere, mirtillie cioccolato del suo Quater Rosso, prodotto da uve di Nero D’Avola, Perricone, Frappato e Nerello Cappuccio, provenienti dai terreni calcarei e argillosi del Trapanese. Rimaniamo letteralmente sedotti dalla personalità della nostra interlocutrice,che lascia poco spazio alle bellezze architettoniche della piazza circostante.

Sempre a Spoleto, in occasione della quarta edizionedi Vini nel Mondo, ceno con l’amico Alessio Planeta all’interno di un palazzo seicentesco splendidamente affrescato. L’ ambiente sarebbe degno della descrizione di Tomasi di Lampedusa, più che della mia penna. Alessio introduce i suoi vini con sicurezza ed eleganza gattopardesche, appellativo che rifugge, indicando nel Conte Tasca d’Almerita il vero, meritevole, ultimo Gattopardo di una certa enologia storica dell’isola. Sono i Planeta, insieme al conte Lucio Tasca - presidente di una delle più grandi aziende siciliane produttrici di vino- ad aver dato dignità all’enologia siciliana: tutti gli altri si sono infilati nella scia con grande competenza. Planeta produce da quattro cantine diverse, disposte su tre differenti province e su un unico parallelo che attraversa Noto, Vittoria, Sambuca e Menfi, considerate le terre più siccitose dell’isola. Se dovessi scegliere tra i tanti dell’azienda, un vino che meglio identifica lo spirito siciliano, direi il loro Cerasuolo di Vittoria. A casa Planeta lo abbinano agli arancini di riso, ai pesci azzurri grigliati, allo sgombro, allo Sfincione e al Falso Magro e a un Ragusano di media stagionatura.

Di Tasca preferisco il canonico Regaleali (un uvaggio da uva Inzolia, Grecanico e Catarratto) che vanta ormai quaranta vendemmie e che ha fatto apprezzare nel mondo l’azienda. Prima delle performance enologiche degli anni Novanta la Sicilia andava soprattutto famosa per la produzione di vini liquorosi e dolci. Parlo del Marsala, ideato - come il Porto e lo Sherry - dagli Inglesi, che per trasportarlo fino ai Club di Belgravia ne aumentarono l’alcolicità e ne favorirono l’ossidazione di Grillo, Catarratto, Damaschino e Inzolia.

I primi della classe rimangono il Baglio Florio, selezionatissimo e prodotto solo nelle migliori annate e Terre Arse, altro Marsala Vergine della Cantina Florio, proveniente dalle contrade di Birgi e Spagnola che s’affacciano sulla fascia costiera. Poi nelle Eolie, arrivò Carlo Hauner, bresciano di origine boema, che volle dedicarsi alla sperimentazione di tecniche di coltivazione e vinficazione che dettero dignità a questo vino. Troverete interessante anche il Passito del Barone di Villagrande, che dalle sue tenute sull’Etna si spostò a Salina per produrre, sui basalti lavici dell’isola, una Malvasia molto concettosa. Quanto al Moscato di Noto non credo che ve ne sia uno più generoso che quello prodotto dai Planeta.

Altro moscato lo troviamo a Siracusa, identificabile con l’antico Pollio siracusano, ottenuto dall’uva Bibliache fu introdotta da Pollis, tiranno della città. Se così fosse, le sue origini risalirebbero all’VIII-VII secolo a.C., e potrebbe essere considerato lui il vino più antico d’Italia. Provate il Vigna di Mela dell’Azienda Pupillo, fondata nel1908, e se vi capita di passare da Siracusa visitate lo splendido baglio all’interno del Solacium di Federico II.

L’ultima tappa passa per Pantelleria, patria dell’omonimo passito. Mi ronza nelle orecchie l’ammonimento del Capitano di Vascello Marchisio: «Assaggia Bukkuram di Marco De Bartoli, se riesci a trovarlo, perché lo producono solo nelle annate eccellenti». E seguo, facendo conoscenza con quel sorprendente caleidoscopio di profumi e di sapori ceduti dal Moscato di Alessandria, che in questa ventosa isola la tradizione popolare chiama Zibibbo. Dopo di che, nulla è più deprimente del viaggio di ritorno.

del.icio.us


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