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Mistica segreta e... golosa
Greece
Numero di Settembre 2007
Grecia. Magnifico set del film di Luc Besson “Le Grand Bleu”, Amorgós è la più defilata tra le isole delle Cicladi. Un gioiello con le coste spettacolari accarezzate da un’acqua di cristallo. Dove la cucina è ricca, variegata e particolarmente saporita
Il pomeriggio indugia pigro e dorato su Katápola, il porticciolo principale di Amorgos, l’isola più orientale delle Cicladi. Al tavolino di un bar sul lungomare quattro vecchi dalle facce abbronzate, tatuate di rughe come mappe geografiche, giocano a carte e bevono caffè greco “gliko” (cioè zuccherato), stringendo tra le dita callose i mozziconi di sigaretta. Il meltémi, il vento di nord che rinfresca la torrida estate greca, scompiglia le ciocche bianche di questi pescatori- contadini dallo sguardo limpido e azzurro come l’Egeo.
Chiese e scogliere Amorgós - mistica, segreta e buongustaia - è poco frequentata dagli italiani, sebbene sia interessante e spettacolare. È ideale per chi ama le Cicladi - con le iconiche chiese ortodosse dalle cupole turchesi e le geometrie sovrapposte di casette a cubo che si stagliano immacolate sul cielo azzurro - ma è stanco della confusione e dei prezzi stratosferici di Mykonos e Santorini. Amorgòs ha belle montagne che si tuffano nel blu, strade panoramiche e calette tappezzate di ciottoli levigati e sciacquate da acque di cristallo azzurro.
Le Cicladi sono considerate le Maldive del Mediterraneo. Garantiscono baie deserte, mezzelune di sabbia e infiniti approdi
L’isola è famosa per un immacolato monastero ortodosso, il Moni Hozoviòtissas (celebre luogo di pellegrinaggio spirituale), abbarbicato a una scogliera vertiginosa sull’Egeo. Amorgos ha pure una vasta rete di sentieri da trekking e due caratteristici porticcioli (Katápola e Aegiali) bordati di tavernette a pelo d’acqua. La Hóra (centro storico), appollaiata su una rupe a 400 metri sul mare e dominata da un kastro del XII secolo, ha candide abitazioni dai balconi traboccanti di gerani, divise da stretti vicoli e piazzette ombrose di tamerici e bouganville. Amorgós, inoltre, ha una vera vocazione per la buona cucina (difficile da assaporare in altre isole più turistiche) ed è stata il set del film “Le Grand Bleu” di Luc Besson (cult per gli appassionati del mare), liberamente ispirato alla storia di due colossi della subacquea: Maiorca e Mayol. Last but not least: qui si trovano graziose camere in affitto per poche decine di euro e nelle “psarotavernas” (i ristorantini di pesce) si mangia veramente bene anche con soli 18 euro.
Via dalla pazza folla Amorgós, insomma, ha tutti gli ingredienti per una vacanza speciale, lontana dalla folla. L’isola è grande: ha 112 chilometri di costa e copre 121 chilometri quadrati (abitati solo da 1800 persone), perciò per esplorarla conviene noleggiare un’auto. La strada che collega Katápola alla Hora è una collana di tornanti che regalano ad ogni curva scorci panoramici straordinari sul porto e sul resto dell’isola. Oltrepassata la Hora, la strada si incrocia con la principale carrozzabile che va da nordest a sudovest e con le deviazioni che conducono sulla costa orientale, verso il Moni Hozoviòtissos e le spiaggette di Agìa Anna. Il monastero è come una colomba bianca appollaiata in un nido di roccia trecento metri a strapiombo sul mare turchese, ma lo scorgo solo quando oltrepasso l’ultima curva e parcheggio. Alzo lo sguardo e resto senza parole. Il Moni Hozoviòtissos risale all’XI secolo e pare sia stato costruito da profughi originari della Palestina. È ancora abitato da pochi monaci che, dalle tre del mattino alle sette, celebrano messa e intonano canti sacri. Gli stipiti delle porte sono bassi, in modo da obbligare tutti ad abbassare la testa e a prostrarsi (metaforicamente e praticamente) davanti a Dio. Pure l’ingresso principale è angusto e le scale hanno gradini altissimi che salgono dentro un tunnel microscopico. A sinistra si apre la sala principale, arredata con un “trono” di legno adorno di piccole sculture in avorio e quadri dei precedenti “priori”. Il moni conserva un’icona della Madonna, ritenuta miracolosa, che, secondo la leggenda, fu portata dal mare fin dall’Asia Minore e depositata sulla spiaggia sottostante al luogo in cui fu poi costruito il monastero in stile bizantino. Per visitarlo bisogna affrontare la ripida scalinata, essere vestiti in modo adeguato (no a short e microtop) e lasciare un “obolo” a piacere. In cambio, i monaci vi offrono da bere acqua e maki (tipico liquore greco al miele) e i loukoum, morbidi dolcetti di gelatina alla frutta coperti di zucchero a velo. Dopo la scalata al monastero, niente di meglio, per un tuffo, che raggiungere Agìa Anna e la sua collezione di tre minuscole spiagge di ciottoli grigi, levigati e piatti, incastonate in un paesaggio spattacolare di alte falesie e isolotti. Il mare è stupendo: va dall’azzurro acquamarina al blu zaffiro, e sulla grande scogliera piatta alcuni naturisti prendono il sole indisturbati. Su tutto domina la piccola chiesa bianca di Agìa (Santa) Anna e, più a destra, una “cantina” che vende bibite e snack. I sedici chilometri che da qui portano ad Aegiali, il secondo porto di Amorgós, situato a nordest, mi permettono di ammirare il panorama scenografico della costa ovest. All’altezza dell’isolotto di Nikouria c’è una deviazione a sinistra che porta fino alla spiaggia di Agios Pavlos, con una lingua di sabbia protesa nel blu.
Da Minosse in poi
L’isola è stata abitata sin dalla Preistoria, come testimoniano ritrovamenti risalenti al Primo Periodo Cicladico, e ha conosciuto insediamenti delle popolazioni cretesi dell’Età Minoica. Sulla collina che domina il lato meridionale del porto di Katápola sono state infatti rinvenute tracce dell’antico insediamento di Minoa, ritenuta la dimora estiva del re Minosse. Ci sono anche altre due città antiche sull’isola, nell’area delle odierne Arkesine ed Aegiali. In seguito, l’isola finì sotto il dominio degli Ateniesi e poi dei Romani. Dopo essere passata sotto varie colonizzazioni, nel 1209 il veneziano Marco Sanudo la incorporò nel Ducato di Naxos. Tre secoli dopo, però, fu conquistata dai turchi e liberata solo nel 1832 per essere unita alla Grecia.
Il rito del pasteli
Quando arrivo ad Aegiali ho la fortuna di assistere a un rito collettivo tradizionale - la preparazione dei pasteli - in una veranda sul mare. Fra due giorni si sposa la sorella di Jorgos e un gruppo di amici e parenti prepara i pasteli, squisiti dolcetti di miele, sesamo, bucce d’arancia tritate e spezie. Il cugino Spiros rimesta per mezz’ora dieci chili di impasto in un pentolone su fuoco forte. «Questo è lavoro da uomini, perché bisogna avere muscoli possenti: l’impasto è denso e appiccicoso», spiega Jorgos. Il contenuto viene poi versato su un tavolo di legno unto d’olio dove è battuto con mazze piatte per ridurlo ad una grande “mattonella” alta un dito, che viene poi cosparsa di cumino e tagliata a rombi dalle donne. Spiros continua a girare vigorosamente e Jorgos racconta che in una giornata ne devono fare almeno mille pezzi (equivalenti a quasi dieci pentoloni) per soddisfare tutti gli invitati (circa trecento). Aegiali offre una spiaggia sabbiosa bordata da alberi, ideale per le famiglie, e un paio di ottime taverne: To Limani, i cui bianchi tavolini sono nascosti in un vicoletto del villaggio (squisiti i pomodori ripieni di riso), e Lakki, appartenente a un villaggio di bungalow sul mare. Qui la famiglia Gavala coltiva tutte le verdure che vengono poi cucinate in vari modi. Da Aegiali salgo fino a Tholaria, un villaggio tradizionale dell’entroterra, e poi torno sul lungomare a guardare il tramonto. Prima che il crepuscolo scivoli definitiva mente nella notte, la strada per Katápola mi regala una vista eccezionale sulle Picccole Cicladi e Naxos. La Hora è già illuminata da potenti fari gialli mentre scendo verso il porto per sedermi alla taverna Psaropoula, famosa per l’eccellente cucina casereccia e di mare. Da gustare la “fasoulada” (zuppa di fagioli) con i “maridakia”, pescetti freschissimi fritti e innaffiati di limone. In genere si trovano più facilmente verso la fine di settembre. Squisita anche la versione locale dell’insalata greca, realizzata con un formaggio di capra fresco e morbido e servita su pane biscottato integrale. Il giorno successivo si parte alla scoperta del sud. La strada dalla Hora a Kamari corre alta sulla montagna che domina il mare e inanella una curva panoramica dietro l’altra. Vicino a Kamari c’è la deviazione a sinistra per Muros, la più bella spiaggia dell’isola. È annunciata da un imponente faraglione e da un’acqua incredibile, che sfuma dal verde all’azzurro e massaggia ritmicamente i ciottoli chiari e levigati della baia. Il sudovest di Amorgós è bello e selvaggio. Dopo la siesta a Muros proseguo per il villaggio di Arkesini e la spiaggia di Kalotaritissa, una specie di lago marino blu profondo, circondato da una striscia di sabbia bianca, di fronte all’isola di Gramvousa. Per raggiungerla bisogna camminare per circa quaranta minuti sferzati dal meltemi, ma ne vale la pena.
Sapori e piaceri
Sulla via del ritorno, mi fermo ad esplorare la Hora, bellissima nella luce del tardo pomeriggio. In un vicolo seminascosto scovo Liotrivi, una taverna tradizionale dove Vangelis Prassinos e sua madre stanno pulendo i fagioli e affettando le verdure per cucinare l’”horiatiko”, un piatto al forno con carne di vitello, carote, fagioli, piselli e kaseri, il formaggio duro di Amorgós, fuso in una casseruola di terracotta. Piatti tradizionali, ricchi di sapore e impossibili da gustare in isole più turistiche. Amorgos è così: genuina, autentica, per niente mondana. La nightlife è spartana: si passeggia nella Hora o sul lungomare di Katapola, oppure si beve un cocktail da ‘Le Grand Bleu’, sempre sul porto, un locale decorato con vistosi neon blu elettrico, dove proiettano ogni sera il film di Luc Besson. Della collezione di spiagge di Amorgós, mi restano da scoprire quelle del Golfo di Katapola. Da Xilokeratidi, il quartiere dei pescatori, c’è una mulattiera per raggiungere la spiaggia sabbiosa di Agios Pandeleimon. Vicino ci sono anche le insenature di Maltesi, Finikas e Agia Saranda, all’estremità di una baia stretta e lunga. Perfette per una giornata di mare in tranquillità.__
Le Grand Bleu La pellicola di Luc Besson - girata ad Amorgós e proiettata per la prima volta al Festival di Cannes nel 1988 - ha come interpreti principali Jean Reno (nel ruolo di Enzo Molinari, personaggio ispirato al campione italiano di apnea Enzo Maiorca), Jean-Marc Barr (che recita la parte di Jacques Mayol), Rosanna Arquette e Sergio Castellitto. È un film sul mare, pensato da chi lo ama profondamente per esplorare gli “abissi” della psiche umana. Narra la storia di Maiorca e Mayol, i cui destini sono uniti dalla passione per l’apnea e dalla “rivalità” che li spingerà a calarsi ad una profondità di oltre cento metri. Due modi diversi di affrontare la vita e il mare. Regista dell’eccesso, sempre sopra le righe, Besson parla del confronto fra l’Uomo e la Natura e del ritorno alle proprie origini: i due sub si perdono volontariamente nel Grand Bleu, coscienti che il loro posto è lì, nel “liquido amniotico” del pianeta.
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