Vie del gusto
Venerdì 4 Luglio 2008 - 03:18
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Metropoli d'Oriente

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Metropoli d'Oriente
Malaysia
Numero di Dicembre 2007

Malaysia. Nella capitale Kuala Lumpur scenari avveniristici si fondono con storia e tradizioni multietniche. In un melting pot irresistibile

Capodanno 2000: l’affascinante Catherine Zeta-Jones e Sean Connery, ladro fascinoso, un po’ attempato ma ancora scattante, sono protagonisti nel thriller tecnologico “Entrapment” di adrenalinici inseguimenti all’interno delle Petronas Twin Towers, le “torri gemelle d’Asia”, il grattacielo simbolo di Kuala Lumpur, capitale della Malaysia. E in effetti quello che più colpisce sorvolando la città è lo stridente contrasto tra i suoi grattacieli e la selvaggia e millenaria foresta pluviale che l’avvolge. Due “giungle” sotto i nostri occhi: una di acciaio, cristallo e cemento, ipermoderna e luccicante, che ammicca alle metropoli occidentali; l’altra più antica e misteriosa, set delle fantastiche avventure di Sandokan e delle sue tigri. Comincia con questo “fotogramma” aereo il nostro viaggio lungo la costa ovest della penisola malese. E inizia da Kuala Lumpur, la “città sul fiume fangoso”. È più o meno questa la traduzione in bahasa malaysia, lingua ufficiale di “KL”, come sono soliti chiamarla i suoi abitanti. Nome forse poco adatto a una moderna metropoli nata verso la metà del 1900 alla congiunzione dei fiumi Kelang e Gombak. Una città che ha una vocazione antica a mescolare razze, religioni, tradizione e innovazione. Ma senza traumi, un pacifico melting pot all’insegna di uno sviluppo economico e sociale che non conosce limiti. Minareti moderni Sovrastati dalle parabole avveniristiche delle monorotaie e delle sopraelevate raggiungiamo il vero, doppio simbolo della capitale: le Petronas Twin Towers dell’architetto argentino Cesar Pelli. ,452 metri di altezza 88 piani, un’architettura che è sintesi di geometrie islamiche e tradizioni decorative malesi. La silhouette del mega monumento svetta sul Golden Triangle, il luccicante quartiere degli affari, degli alberghi di lusso, dello shopping e della frenetica movida notturna.

Lungo le strade del Triangolo d’Oro sfilano ma- Oriental Metropolis nager e giovani modaioli, figli del boom economico degli ultimi anni, alla ricerca dell’acquisto più trendy. Siamo nel regno di sfarzosi centri commerciali dove nel periodo dei saldi (dicembre, marzo e agosto) i prezzi stuzzicano l’acquisto. Il più gettonato è il Suria KLCC, otto piani all’interno delle Petronas, dove tra marmi pregiati e pareti dorate, si snoda un labirinto di negozi con le migliori griffe internazionali. Ma anche beauty center, palestre, negozi hi-tech e ristoranti. E quando si spengono le insegne di questi “templi laici” si accendono i neon di pub, discoteche e locali patinati con tanto di body-guard all’ingresso. Lunghe code di ragazze segnalano l’entrata al The Beach Club o all’Aloha Disco Bar, dove gruppi rock di giovani orientali sciorinano il loro repertorio intonando i maggiori successi americani del momento. Ma è lo Zouk, sovrastato dalle Petronas, a illuminare la vita notturna del Golden Triangle. Un enorme igloo che ritmicamente cambia colore all’esterno e che all’interno accoglie dj internazionali intenti a mixare techno, house music e rock in un delirio di luci stroboscopiche e laser.

Notti esotiche. La notte si fa più intrigante in un quartiere non lontano dal Triangolo d’Oro. Ci troviamo nel distretto malese di Kampung Baru dove il divario con la nightlife godereccia delle discoteche non potrebbe essere più grande. Un’atmosfera da villaggio sonnolento nel bel mezzo della capitale, dove le tradizionali case malesi in legno si alternano ai tipici Kedai Kopi (i caffè di quartiere) delle cucine ambulanti su camioncini che propongono fino a notte satay fumanti e altre prelibatezze tipiche della cucina malese. E percorrendo stradi- Due immagini che simboleggiano il vecchio e il nuovo della capitale malese. A destra, abitanti in costume locale davanti alla National Mosque. In basso, il Palazzo del Sultano Addul Samad in Merdeka Square con il grattacielo Dayabumi sullo sfondo Two images that symbolise the old and the new of the Malaysian capital. Right, inhabitants in local costume in front of the National Mosque. Below, the Palace of the Sultan Addul Samad in Merdeka Square with the Dayabumi skyscraper in the background travel metropoli d’Oriente ne tortuose, o passeggiando sotto portici illuminati solo da vecchi neon bianchi e blu che indicano i barber-shop aperti fino a tardi, è imprescindibile una sosta al pittoresco mercato notturno di Chow Kit. Dove le bancarelle sono protagoniste. Per i colori sgargianti della frutta tropicale, per l’intenso odore dei banchi di pesce essiccato, per l’incredibile varietà di verdure e di spezie. La notte esotica finisce qui, con un occhio alle luci delle Petronas e l’altro al mercato che ci lasciamo alle spalle. Un mosaico di colori, odori e umanità. Dove malesi, indiani e cinesi portano a termine il rito quotidiano della spesa. Un piccolo ma significativo spaccato di città multietnica in cui si sovrappongono mondi diversi, tradizioni, passato e futuro. E dove i grattacieli postmoderni convivono con le tradizionali case in legno del quartiere malese ma anche con edifici old-british dell’epoca coloniale inglese.

Cinquant’anni dopo Siamo a Merdeka Square, il nucleo del centro storico di KL. La piazza dove il 31 Agosto 1957 veniva proclamata l’indipendenza e che quest’anno è stata sede di grandiose celebrazioni per la ricorrenza del cinquantesimo anniversario di indipendenza dal governo britannico. Merdeka: un enorme prato verde rettangolare dove un tempo gli amministratori inglesi giocavano a cricket attira oggi folle di giovani malesi in arrivo dai più lontani distretti per assistere a concerti rock e a festival di ogni genere. Sulla piazza si affaccia il Palazzo del Sultano Abdul Samad, con le sue pompose cupole, gli archi della tradizione indo-islamica e i pinnacoli moreschi. Oggi è sede della Corte Suprema e in un frenetico via vai vi si alternano tutto il giorno avvocati e giudici togati. Ma all’improvviso il ripetuto lamento del muezzin che invita i fedeli alla preghiera ci guida verso la moltitudine di cupole bombate e di esili colonne della Moschea Jamek. Un’isola di pace nel caos cittadino. E di culto, a ricordarci che l’islam è la religione ufficiale, professata dal 60 per cento della popolazione. Un islam moderno, moderato e aperto. Ed è soprattutto la Moschea Nazionale il più fulgido esempio di un islam che guarda avanti. Design futuristico, marmi pregiati, un originale tetto a “ombrello” e un minareto alto 73 metri.

Passato e futuro Camminando lungo Jalan Masijd, il viale della moschea, ci ritroviamo in pochi minuti in un altro mondo: Little India. Un brulicare di negozi, ristoranti e mercatini dove donne indiane si contendono sgargianti sari e songket, le preziose sete malaysiane intessute con fili d’oro e d’argento. E poi un’incredibile varietà di cibi per tutti i palati, dove il curry la fa da padrone. Dopo una sosta nel pub dal fascino decadente dello storico Coliseum Hotel&Caffè, sugli sgabelli dove una volta amava sorseggiare whisky lo scrittore inglese Somerset Maugham, ci incamminiamo verso est ed entriamo nel cuore di Chinatown. Un quartiere-roccaforte che resiste con fatica alla modernizzazione e il cui dedalo di case Dèco, di storiche shophouse restaurate (le tradizionali case-negozio cinesi) e di piccoli templi taoisti è animato fino a notte fonda. Botteghe stipate di merci, mercati, ristoranti, lanterne rosse, statue dorate di Buddha, astrologi e chiromanti sono l’anima di questo angolo cinese di Kuala Lumpur. India, Cina, Malaysia, shophouse e shopping center da sultani, luci psichedeliche al neon e lanterne rosse. Una Babele tutta da scoprire tuffandosi nel dedalo delle sue strade, dove cogliere nell’aria profumi di incenso provenienti da un tempio tao-buddhista. O ancora imbattersi in una cerimonia indù. Su tutte il Thaipusam, una delle feste piu’ importanti e suggestive del calendario induista. Quando ogni anno, tra gennaio e febbraio, migliaia di fedeli tamil provenienti da tutto il sudest asiatico rendono omaggio al dio Murugan. La sua statua dorata, la più alta del mondo, domina l’ingresso delle Batu Caves, un vasto complesso di ciclopiche grotte calcaree a dieci minuti di macchina dalla capitale. E proprio alle spalle di Murugan vecchie donne tamil, famiglie indiane avvolte in coloratissimi sari, genitori con neonati tra le braccia salgono i 272 gradini che conducono alle grotte. Sembra di essere stati catapultati in un girone dantesco. Salutiamo questa “mistica” Babele da una collina a tre chilometri dal centro. E dalle terrazze del Thean Hou Temple ammiriamo per l’ultima volta il panorama. Siamo nel tempio tao-buddhista dedicato a Thean Hou, Regina del Cielo. Sotto di noi una marea di ondeggianti lanterne illuminate e all’orizzonte le luci delle Petronas Towers. A ricordarci della pulsante movida del Triangolo d’Oro. E del futuro.

del.icio.us


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