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Maharaja Style
India
Numero di Ottobre 2007
India. I sapori, gli odori, lo stile e i colori del Rajasthan, la terra dei Rajput. Tra palazzi incantati, templi di marmo, città leggendarie
Il Forte Meherangarh, aggrappato a una rupe vertiginosa, domina Jodhpur, l’antica capitale del regno del Marwar, uno dei ventuno “stati” fondati dai vari clan Rajput (casta di nobili guerrieri), che dominarono per un millennio il Rajasthan, obbedendo a codici cavallereschi simili a quelli in vigore nel Medioevo europeo. Dal Forte parte la cascata di haveli blu (le case dei mercanti, dipinte di azzurro malva per allontanare mosche e zanzare), che ricopre i pendii del colle fino alla pianura. Vista da lontano, Jodhpur merita senz’altro il soprannome di “città blu”. Per salire sino al Meherangarh, ci si tuffa prima nel caos della Piazza dell’Orologio e del Sardar Bazaar, dove si trova di tutto: dalle pashmine del Kashmir ai damaschi, dalle spezie al dolcissimo succo di canna da zucchero. La folla di compratori esamina la merce, contratta, discute, martellata dalla cantilena dei venditori ambulanti di tè al latte, che ripetono ossessivamente “chai, chai garam” (tè bollente). Il silenzio accarezza l’udito come un balsamo, appena ci si intrufola nel labirinto blu di viuzze, dove passano esili figure femminili avvolte in sari verdi, gialli, fucsia, turchesi o arancio.
Un set per Bollywood Incedono dondolando altere e regali come “maharani” (grandi regine), cullando un bimbo o trasportando giare di metallo in equilibrio sulla testa. Il tintinnio delle cavigliere d’argento le segue come una scia e il sole fa luccicare i braccialetti di lacca, incastonati di specchietti e perline, che coprono tutti gli avambracci. Donne dagli occhi grandi - resi più profondi dalle linee scure del make-up - che si attardano a esaminare le sete di un mercante o i recipienti di terracotta per cucinare. Forse sognano, mentre ammirano le locandine scolorite di film bollywoodiani che penzolano semiscollate dai muri, nascondendo per timidezza metà del volto coi veli decorati di pendenti d’argento. Solo il ronzio delle macchine per cucire - proveniente da una viuzza laterale zeppa di botteghe sartoriali - graffia questa quiete irreale. Jodhpur, con le sue mura quattrocentesche e i vicoli pittoreschi, è un set straordinario, spesso utilizzato dalle megaproduzioni di Bollywood. È molto frequente, infatti, imbattersi in troupe che girano un “masala movie” - interminabile filmone indiano che miscela (in tre ore di proiezione) generi diversi: musical, dramma, commedia, thriller - con bellissime attrici e tenebrosi protagonisti, pronti a passare dalle danze sfrenate alle tragedie familiari strappalacrime, dai gorgheggi amorosi alle sequenze di violenza più pulp.
Invito a palazzo Oltre che dal Forte, Jodhpur è dominata dall’Umaid Bhawan Palace, gigantesco mahal (palazzo reale) art-déco, edificato fra gli anni ‘30 e ‘40 dall’allora maharaja locale, Umaid Singh, che volle erigere un “monumento alla modernità” (e anche una delle più grandi residenze private del mondo, con 347 stanze). Sembra una stazione ferroviaria vittoriana in arenaria rosa e marmo bianco, circondata da giardini sontuosi e sormontata da una cupola alta 56 metri. Gli interni art déco regalano un’atmosfera di grande fascino, tra sussurri di fontane e profumi di ghirlande fiorite. Oggi il mahal è diviso in due: in un’ala vive l’attuale maharaja, mentre il resto del complesso è stato trasformato in un albergo. Jodhpur è il punto di partenza per un viaggio attraverso la catena degli Aravalli, dorsale montuosa posta tra l’antica capitale del Marwar e quella del regno Mewar (Udaipur). Su queste alture, che dividono il Rajasthan in senso nord-est/sud-ovest, sono custodite alcune fortezze rajput del Sei-Settecento, divenute anch’esse palazzi-gioiello per globetrotter vip.
Magici hotel Lasciata la “città blu”, si fa rotta a sud. In India tutte le strade traboccano di vita, e quelle del deserto rajasthano non fanno eccezione. Carretti trainati da buoi scheletrici arrancano su vie polverose che sfociano nel nulla, mentre ai pozzi un’umanità variopinta si raccoglie per bere e chiacchierare. Sul ciglio della strada avanzano donne con gigantesche fascine di legna sul capo, in marcia chissà da quanto tempo e per chissà quanti chilometri ancora, per raggiungere insediamenti remoti. Lasciato il villaggio di Deogarh, il paesaggio si srotola come una collana di “quadri” bucolici, ipnotizzati dal dondolio della coda di una vacca o dal passo pigro di un elefante. A circa un centinaio di chilometri verso sud-ovest, sorge Ranakpur, col maestoso tempio del XV secolo dedicato ad Adinath, primo santo jainista. Fondato dall’asceta Mahavira nel V secolo a.C, il jainismo, pur essendo una religione minoritaria nel Subcontinente, è molto radicato in Rajasthan. Il minimalismo esistenziale dei devoti - che, attraverso vita ascetica e rinunce, cercano la via alla purezza - contrasta col loro massimalismo architettonico. Il tempio è un “inno di marmo”. La pianta è un chakra (ruota) e lo scalone d’ingresso, sormontato da logge e cupole coniche, è affiancato da dipinti dei profeti avvolti in tuniche immacolate. I monaci, vestiti di bianco, “navigano” silenziosi attraverso le prospettive illimitate delle 1444 colonne marmoree, cesellate come ricami, mentre il sole si intrufola dagli abbaini, disegnando giochi spirituali di luci e ombre. Al Devigarh Mahal (poco più a sud, verso Udaipur), un lusso essenziale e sofisticato sorprenderà persino il viaggiatore più smaliziato. L’hotel di design sorge solitario vicino al villaggio di Delwara e, dall’esterno, sembra un forte bello e possente, al pari di altri castelli sparsi nel Rajasthan e trasformati in preziose residenze per ospiti esigenti. Ma, al contrario di tutti i palazzi indiani convertiti in alberghi, all’interno è l’eden del minimal-chic. Il dècor è un’attualizzazione originale dello stile dei Rajput, che si esprime nelle suite sofisticate e “hip”, nei cortili con fontane, nel ristorante in bianco-argento, nella Spa ayurvedica e nella piscina panoramica. Costruito nel 1760 da Raghudev Singh II, il Devigarh è stato restaurato dalla famiglia Poddar, che si è avvalsa dell’architetto Navin Gupta e del designer Rajiv Saini. Per decorare sono stati impiegati marmi, metalli, pietre semipreziose, creando interpretazioni particolari, come i fiori di loto stilizzati. Negli ambienti rarefatti domina il Total White, inframmezzato da frugali interventi di colore come il rame, l’oro, l’argento o variazioni sul rosso, blu, verde. Al crepuscolo vengono accese le fiaccole, mentre si diffondono le note di musiche tradizionali suonate dal vivo e si cena (straordinariamente bene) a lume di candela. Una magia indimenticabile.
A Udaipur, la città bianca Bando al minimalismo, invece, nei templi di Sas (la Suocera) e Bahu (la Cognata), situati nella vicina Nagda, abbelliti da intricati network di figure erotiche scolpite nella pietra. Sono stati eretti nel X secolo e dedicati a Visnu, e decorati anche con bassorilievi ispirati alla trimurti hindu (Brahama, Shiva, Visnu) o a scene del Ramayana (poema epico). Udaipur, la “città bianca”, è ormai vicina. Fu fondata nel 1568 dal maharaja Udai Singh II dopo l’ultima razzia di Chittorgarh perpetrata dai Moghul, la dinastia indiana di imperatori musulmani che conquistarono gran parte del Subcontinente tra il 1520 e la fine del 1700. Custodisce un immenso patrimonio culturale, palazzi opulenti (tra cui il City Palace, oggi in parte museo, e lo Shiv Niwas, convertito in hotel) e centri di arti figurative, tra cui una delle più famose scuole di miniaturisti del Rajasthan. Fascinoso perdersi nel bazar, fra gli antiquari e i negozi di tessuti, fra ciuffi di peperoncini rosso lacca (piccantissimi), le ceste traboccanti di fiori, i carretti che vendono bracciali, le bancarelle di frutta esotica e i monticelli di spezie. Lungo le rive del lago Pichola, sui ghat (le gradinate che scendono nell’acqua), una folla di donne sciacqua panni e lava bambini, mentre uomini dai corpi esili e dai pomposi turbanti rossi o arancio eseguono rituali di purificazione. Da non perdere la crociera al tramonto, quando i marmi bianchi del Taj Lake Palace si pennellano di rosa. Immortalato in “Octopussy”, uno dei film più famosi di James Bond, il mahal fu costruito nel 1746 dal principe Jangath Singh sull’isola Jag Niwas. Meravigliosamente ristrutturato dalla Taj Hotels, offre suite da mille e una notte, con affreschi, intarsi di pietre, mobili d’epoca, archi, finestre policrome. Cullati dal mormorio delle fontane, si passaggia nei giardini saturi di gelsomini, fra romantici padiglioni a cupola. E la sera si gustano le delizie della cucina mewar seduti in giardino, a lume di candela. Un’esperienza da “vero maharaja”.
A cascade of blue haveli (merchants houses, tinted with malva blue to ward off mosquitoes) starts at the fort and covers the slopes of the hills down to the valley. Then rising up to Meherangarh, where we plunge fi rst into the chaos of Clock Square and the Sardar Bazaar, where all sorts of goods abound: from pashminas of Kashmir to damask, from spices to sweet sugar cane. The crowd of buyers discuss, haggle and examine the goods surrounded by the incessant sing song of strolling merchants selling milky tea, that repeat continuously “chai, chai garam” (piping hot tea). Silence caresses the spirit like a gentle balm as soon as one slips into the labyrinth of narrow blue alleys, where slender feminine shapes pass by wrapped in green, saffron, fuchsia, turquoise and orange saris. Women with huge, enchanting eyes highlighted with dark liner pause to fi nger silks from a merchant or examine terracotta-cooking pots.
Invitation to the palace Only the humming of the sewing machines - coming from a side street bursting with dressmaking shops - breaks the sound of the dreamlike silence. Jodhpur, with its fi fteenth century walls still intact and its picturesque alleys is an extraordinary “set” often used in the “Bollywood” mega productions. In fact, its quite normal to bump into the crew of a masala movie – the typical, never-ending Indian fi lm that mixes different genres: musical, drama, comedy, thriller – with beautiful actors and mysterious leading ladies ready to jump from frenetic dances to tear jerking family tragedies, from lovesick warbling, to soap opera type violence. As well as the fort, Jodhpur is dominated by the Umaid Bhawan Palace, a gigantic art deco mahal (royal palace), built between the 30’s and 40’s by the local maharaja Umaid Singh who wanted to erect a ”monument to modernity” (and also one of the largest private residences of the world with 347 rooms). It resembles a massive Victorian railway station in rose sandstone and white marble, surrounded by sumptuous gardens, and under a 56-meter dome. The art deco interiors create a fascinating atmosphere.
Udaipur, the white city Today the mahal is divided into two: in one wing lives the actual maharaja, while the rest of the complex has been transformed into a hotel. Jodhpur is a point of departure for a trip across the Aravalli chain, a mountainous ridge situated between the ancient capital of Marwar and that of the Mewar reign (Udaipur). On these high grounds, that divide Rajasthan from north-east/to south- west, there are some Rajput fortresses from the 17th and 18th century that have become precious palace hotels for VIP globetrotters. Leaving the “blue city”, the route goes south. In India all roads brim over with life and those of the rajasthan desert are not an exception. Carts dragged along by skeletal oxen trudge along dusty roads that lead nowhere, while at the wells a colourful selection of smiling humanity gather to drink and chat On the margin of the road women with gigantic bundles of wood on their heads wander along, walking for who knows how many kilometres and how many more still, to reach remote settlements. Ranakpur was founded by the ascetic Mahavira in the V century B.C. Giainismo, despite being a minority religion in the sub continent, is deeply rooted in Rajasthan.
Ranakpur The temple is a “celebration of marble”. The plan is a chakra (wheel) and the main staircase in the entrance, overlooked by galleries and conical domes, is side by side with paintings of prophets in immaculate white robes. Monks, dressed in white “navigate” silently through the unlimited prospective of 1444 marble columns chiselled like embroideries, while the sun sneaks in from the attic windows, creating spiritual tricks of light and shadow. At the Devigarh Mahal, exquisite essential taste and splendid luxury will surprise even the savviest traveller. The design hotel rises alone near the village of Delwara, and from the outside seems like beautiful, mighty fort, on a par with other castles dotted around Rajasthan. The décor is an original interpretation of the Rajiput style, portrayed in the sophisticated and cutting edge suites, in the courtyards with fountains, in the stunning silver/white restaurants, in the ayurvedica spa and the panoramic pool.
Magic bazaar A fascinating bazaar to get lost in, between antique and fabric shops, sprigs of lacquered chillies, baskets overfl owing with fl owers, carts selling bracelets, stalls of exotic fruits and mounds of spices. Along the banks of lake Pichola, on the ghat, crowds of women rinse clothes and wash children, whilst men carry out purifi cation rites. The sunset cruise is not to be missed, when the white marble of the Lake Palace is tinged with pink. The evening is perfect for tasting the delights of the mewar cuisine lounging in a candlelit garden.
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