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Hacienda lifestyle
Mexico
Numero di Febbraio 2008
Messico. Ospitalità e gastronomia nelle più belle fattorie dello Yucatán
Le bancarelle delle vecchine Maya, venute dai pueblos (villaggi) dell’interno, traboccano di chiles habaneros e jalapeños (due varietà di peperoncini piccantissimi), fiori variopinti e foglie di banano per fare i tamales, le tortillas di mais farcite con carne, fagioli e chile, che si avvolgono nelle foglie e poi si fanno cuocere al vapore. La mattinata è adrenalinica, a Mérida, bella (e caotica) città coloniale, capitale dello stato messicano dello Yucatán. Odori violenti, ingorghi di bici che intralciano bus traballanti, straripanti di passeggeri accaldati. E i cartelli pubblicitari degli ambulanti di street food: “El pollo feliz”. “El taco loco”. “El puerco rico”.
Guacamole e margaritas Lo Yucatán, culla della civiltà maya, è orgoglioso della sua specificità nei confronti del resto della nazione. Basta guardarsi attorno. Le indigene, infatti, sono fedeli alla “moda maya”, immutata da centinaia di stagioni e tanti ancora affidano la propria salute alle erbe terapeutiche dei curanderos (figure a metà strada fra il medico e lo sciamano). Non bisogna dimenticare, però, che anche questo è un Messico di “passione, guacamole e margaritas”. All’ora di punta, gli incroci di Mérida si trasformano in matasse di bestioni meccanici decrepiti e pieni di gente: un jurassic park di auto e bus ottusi ai semafori e domati solo da vigili che fischiano cattivi. Le esquinas (angoli delle strade) hanno nomi evocativi: el Aladino (l’Aladino), el Gallito (il Galletto), el Degollato (il Ghigliottinato), la Duquesita (la Duchessina), per semplificare la localizzazione degli appuntamenti. Oltre al traffico pittoresco, si scopre ben presto la passione dei meridanos (abitanti di Mérida) per i dolci zuccherosi e dalle inquietanti sfumature psichedeliche. La pasticceria di Calle 67, ad esempio, è affollata di torte multipiano simili a fumetti. Una esibisce riccioli di panna e glassa turchese “puffo” (!), un’altra crema di fragola più decorazioni verdeacido (pistacchio?), una terza accoppia cioccolata più farcitura giallo-neon (limone?).
Nelle vecchie fattorie Saliti in macchina, si raggiunge la carretera (strada extraurbana o ”autostrada”) per avviarci alla scoperta delle haciendas (fattorie dei latifondisti). Per più di tre secoli sono state le locomotrici economiche del Messico. All’inizio del Cinquecento, mentre la Conquista procedeva, i sovrani di Castiglia - che si ritenevano padroni, per “volere di Dio”, di tutta la terra del Nuovo Mondo - ne regalavano vasti appezzamenti (compresi gli indios che ci vivevano, ridotti in schiavitù) ai conquistadores più rampanti. Nelle haciendas si allevava bestiame o si produceva caffè, mais, cotone, zucchero, tequila, tabacco e henequen, l’agave fourcroydes da cui si ricava il sisal. Questa fibra tessile divenne l’”oro verde” del Messico durante la prima Guerra Mondiale, quando le manifatture europee di cordami entrarono in crisi. Estesa su migliaia di acri, ogni hacienda somigliava a una cittadella, con aree residenziali, tiendas (botteghe) per il commercio dei prodotti e capannoni destinati alla produzione. Alcune si ispiravano a palazzi reali, altre a fortini medievali o conventi. C’erano anche la chiesa e le casitas (casette) per le centinaia di lavoratori indios. La casa del patrón (padrone) era sempre più maestosa e opulenta degli altri edifici, abbellita coi migliori arredi europei e messicani. Nelle prime decadi del Novecento, però, questi immensi patrimoni subirono un colpo di forbice. Negli anni Trenta la produzione di sisal ebbe una crisi causata dall’invenzione delle fibre sintetiche, ma già durante la rivoluzione messicana del 1910 Emiliano Zapata aveva chiesto che la terra fosse restituita ai contadini maya. E così avvenne. Molte haciendas, invase e smembrate tra le famiglie dei campesinos, decaddero. Gli eleganti edifici divennero fatiscenti. Finché, in anni più recenti, alcuni investitori decisero di recuperare tutto il meglio di quella tradizione, offrendola ai viaggiatori colti ed esigenti, con un occhio alla salvaguardia del patrimonio storico-architettonico e una più giusta etica di collaborazione “equa e solidale” con i discendenti dei Maya.
UNIVERSO MAYA I Maya sono stati soprannominati la “Civiltà del Mais” e per tremila anni hanno rappresentato una delle più raffinate culture precolombiane, che ci ha lasciato in eredità magnifiche piramidi e innumerevoli enigmi. Il “Mundo Maya” occupava tutta la Penisola dello Yucatán e - prima della conquista spagnola - si basava su sofisticate conoscenze astronomiche (e astrologiche), che influenzavano la religione, governavano la vita agricola e sociale, plasmavano l’urbanistica delle città e l’architettura dei templi. La cronologia Maya è divisa in: Periodo pre-classico (2000 a.C.- 250 d.C.), Classico (250- 900 d.C.) che ne segna l’apogeo, e Post-classico (900-1450 d.C. circa) in cui avviene il declino causato dall’invasione di Toltechi, Itzá, Spagnoli. I Maya prevedevano le eclissi e i cicli lunari e avevano stabilito la durata esatta dell’anno solare con l’Anno Vago, diviso in 18 mesi di 20 giorni ognuno, più un periodo extra di 5 giorni. In totale 365 giorni, come nel calendario gregoriano, creato però molti secoli dopo. Al centro dei punti cardinali figurava l’albero della ceiba, sacro perché metteva in comunicazione Xibalbá (l’Inframondo) con la Terra e il Cielo. In Yucatán, oggi la maggioranza della popolazione è mestiza (meticcia) ma vi sono anche tanti Maya “purosangue”, identici alle figure sulle piramidi. La spiritualità degli indios è oggi un sincretismo tra cattolicesimo e animismo. Nei villaggi dell’interno si parla l’idioma indigeno e i curanderos (guaritori tradizionali) sono molto popolari. Più degli uomini, le donne maya seguono la moda tradizionale e indossano colorati costumi tessuti a mano, con corte (gonna), faja (fascia per la vita) e huipil (casacca) con ricami dai significati magici.
Tra hybiscus e bouganville L’Hacienda Santa Rosa è circondata da un pueblo con piccole case cubiche dalle porte sempre aperte, come pagine di un “calendario dell’Avvento” che propone istantanee di vita: una donna che cuce a macchina, un vecchio sprofondato nell’amaca, bambini che ruzzolano sul pavimento. La Santa Rosa dona l’atmosfera rilassata delle grandi dimore di famiglia, sotto l’occhio paterno di Don Celestino, Don Abelardo, e Don Silviano, i giardinieri maya che vivono qui da sempre e curano le aiuole di hybiscus e bouganville. Chissà com’era la vita durante gli anni d’oro dell’henequen? «Invece dei pallidi rumori del pueblo, che oggi sfiorano appena il patio, c’era lo sferragliare e ansimare dei macchinari per lavorare il sisal», risponde in un castigliano cantilenante - mixato a termini maya - Don Abelardo, il più anziano. Con un suo sorriso enigmatico e lo sguardo perso nel passato.
La Ciudad Amarilla L’hacienda San José è un ”gioiellino”, immersa in 36 ettari di parco. I muri esterni sono in azzurro “nontiscordardime” e ogni dettaglio è ben curato: pregiate ceramiche di Puebla, piatti e bicchieri di cristallo di Jalisco, mobili d’antiquariato coloniale. Favolosa l’amaca sospesa sulla piscina, ideale per la siesta o la lettura, mentre il ristorante sotto il porticato è un rifugio perfetto per cene a lume di candela, a base di delizioso guacamole (crema di avocado con cipolle, pomodori e chile sminuzzati), ceviche de camarones e tamales negros di pollo e maiale. A pochi chilometri dalla San José si può visitare Izamal, la spettacolare Ciudad Amarilla (città gialla). La luce del tramonto satura la calda nuance delle architetture e le nostre quattro ruote tremolano sul rugoso pavimento di pietre mentre passiamo tra due ali di edifici bassi prima di sfociare nella piazza dove sorge il monumentale Convento de San António de Pádua. All’epoca d’oro dei Maya, Izamal era una città intrisa di spiritualità. In dodici templi venivano adorati il dio del Sole Kinich Kakmó e il supremo dio Itzamná, venerato per aver donato al popolo gli elementi fondamentali della civiltà: il mais, il cacao, la scrittura a ideogrammi, la medicina e il calendario. Gli spagnoli, però, distrussero le piramidi e sulla più grande, la Popul-Chac, costruirono il convento, dove ora si trova l’immagine della Vergine di Izamal, patrona dello Yucatán. La vicina Chichen Itzá, superba metropoli maya-tolteca per tre secoli, è oggi il sito più maestoso (e visitato) del Mundo Maya. Bisogna andarci la mattina presto, prima che arrivi l’orda dei turisti dei viaggi organizzati a invadere i prati fra il Gruppo delle Mille Colonne, la Tomba del Gran Sacerdote, il Gran Gioco della Pelota, l’Osservatorio e gli altri monumenti, costruiti da una civiltà ormai “contaminata” da quella dei (guerrafondai) Toltechi. Fra i templi, troneggia la piramide di Kukulcán, che durante gli equinozi di primavera e autunno regala uno spettacolo unico al mondo: sulla scalinata si materializza un gioco di luci e ombre che assomiglia al sacro Serpente Piumato.
Pueblo e case-pastello Da Chichen Itzá all’Hacienda Uayamón ci sono alcune centinaia di chilometri. Si passa da San Felipe Carrillo, un mini-pueblo con case pastello, bottegucce e un benzinaio dove due adolescenti baffuti ci fanno il pieno. Un arco di pietra marca l’ingresso nel territorio di Ciudad de Campeche, nello Stato di Campeche, poco dopo le imponenti volumetrie maya di Kabah. Passato anche il sito di Edzná, si prosegue verso Uayamón, circondata da una foresta costiera e annunciata da immense ceibas, allineate nel viale come guardiani vegetali. Alcuni edifici - come il corpo principale - sono stati restaurati, mentre altri sono stati appositamente lasciati nello stato decadente in cui furono trovati (è il caso dell’ex prigione, fascinosamente strangolata dagli alberi). Qui si può fare un tuffo rinfrescante nella grande piscina, incastonata come una gemma turchese fra muri e colonne antiche, che ricordano fasti passati e promettono coccole a cinque stelle per noi, fortunati viaggiatori del Terzo Millennio, che ci possiamo godere queste bellezze senza smettere di essere “politically correct”.
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