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Charme nel deserto
Marocco
Numero di Agosto 2007
Marocco. Da Marrakech alle dune dell’Erg Merzouga, dai villaggi dell’Atlante fino a Essaouira: viaggio-avventura nell’affascinante sud del Paese, alla ricerca dei segni della cultura berbera
Nei vicoli di Marrakech Tutti i sensi vengono allertati, quando si entra nel labirinto di bancarelle traboccanti di offerte e promesse. Colline di olive condite e speziate, da assaggiare coi pani bassi e tondi appena sfornati, si alternano a montagne di datteri secchi, mentre gli odori di carne arrosto si mescolano al profumo di tè e al vento bollente del deserto che sfiora la faccia. Le contrattazioni infiammano venditori e acquirenti anche per un semplice mazzetto di menta. Ma le voci di Marrakech si stemperano poco a poco, quando imbocchiamo il vicoletto presidiato dal venditore di tappeti, e si spengono improvvisamente non appena il portone del Riad Enija, un antico palazzo trasformato in fiabesco hotel di design, si chiude alle nostre spalle. L’unico suono che arriva da fuori è il cinguettio degli uccelli e il canto del muezzin, che cinque volte al giorno, amplificato dagli altoparlanti, si insinua anche nel silenzio radioso della corte fiorita.Felice fusion tra design europeo e atmosfera arabeggiante, il riad Enija sintetizza lo spirito raffinato, esotico e cosmopolita che fa di Marrakech uno dei luoghi più affascinanti del mondo e rappresenta l’oasi di lusso da cui partiamo per un viaggio-avventura nel cuore del Marocco Berbero. I Berberi, avvolti da tremila anni nel mistero, sono i più antichi abitanti del Marocco, discendono da tribù di etnia Zenata originarie dell’Algeria centrale e vivono come seminomadi nel Sahara, nel Sahel e sulle montagne dell’Atlante, allevando bestiame e coltivando la terra.
Popolazione millenaria e misteriosa, i Berberi vivono come seminomadi nel Sahara, nel Sahel e sulle montagne dell’Atlante
Itinerario in fuoristrada Una scintillante mezzaluna è ancora scolpita nel cielo turchese quando all’alba percorriamo i vicoli della sonnecchiante medina di Marrakech per raggiungere la piazza Djmaa-el-Fnaa, dove abbiamo parcheggiato il fuoristrada. Esploreremo deserti di roccia, saliremo sulle montagne dell’Atlante, attraverseremo i palmeti della Vallée du Drâa, percorreremo le gole dei fiumi Dadés e Todra e ci accamperemo sotto le stelle fra le morbide dune di Merzouga. La nostra guida è Giovanni Salvini, esperto di deserti nordafricani e insegnante di “survival” al Centro Raid Avventura di Schilpario, vicino a Bergamo. Carichiamo le tende, che ci serviranno per i bivacchi fra le dune e sull’Atlante, poi sacchi a pelo in piumino (di notte nel deserto fa freddo), acqua, cibo, pentole. A questa sistemazione spartana (anche se romantica) farà da contrappunto il soggiorno, alla fine dell’itinerario nel sud, in una delle più lussuose kasbah-hotel di charme del paese: il Dar Ahlam di Skoura, vicino a Ouarzazate, che fa parte della nouvelle vague degli alberghi di fascino marocchini, ricavati da ksar e kasbah in pisé. Un sole gigantesco si leva quando imbocchiamo la route de Ouarzazate verso sud.Dopo una quarantina di chilometri di rettilineo, la strada si trasforma in un serpente su per le colline purpuree e, passata Ait Barka, diventa un arabesco inciso sui paesaggi montuosi. Arriviamo a Ouarzazate dopo quattro ore. Visitiamo la kasbah di Taourirt, per comprare i bei tappeti berberi. Da qui ci dirigiamo a Skoura e poi svoltiamo a sinistra per Tondout, addentrandoci nel cuore dell’Atlante. Piantiamo il primo bivacco su un pianoro vicino al villaggio di Tabia Ait Zarghar e l’indomani affrontiamo una sterrata per arrampicarci sui monti. Entriamo nel letto di un fiume e, superato il canyon dell’Oued Assif, dove “sbocciano” grappoli di case color terra, giungiamo al villaggio berbero di Imi-n-Oulaoun. Ibrahim Boukyoud ci invita ad entrare nella sua gite d’etape (ostello): ci sediamo sul tappeto per bere tè alla menta e ascoltare gli affascinanti racconti di montagna. Da vent’anni, infatti, guida i trekking sull’Atlante fino a 4000 metri.
In una tenda berbera Quando riprendiamo il viaggio, l’auto aggredisce una mulattiera sassosa che ci porta fino ad un altipiano brullo dominato da montagne lontane. Due pastori berberi, avvolti in pesanti djellaba (la lunga tunica tradizionale con cappuccio), vagano tra i cespugli con le pecore. Proseguiamo verso Amjgag e Amsker, insediamenti berberi fuori dalle rotte turistiche. All’ingresso dei villaggi le donne in abiti variopinti (a volto scoperto, com’è tradizione fra i berberi) lavano i panni o portano sulla testa fascine di legna e ci salutano calorosamente. Seguiamo il letto di un torrente ammirando la scenografia di rocce rosse, prima dell’arrivo a Ait Youl. Da qui scendiamo a sud verso la route de Gorges du Dadés, incoronata da un delirio di montagne sanguigne e grandi massi a forma di goccia, tra i quali spuntano i ciuffi di palme da datteri lambite dall’oued Dadés, che scorre nella vallata. All’alba imbocchiamo la strada per le Gorges du Dadés. Procediamo sulla pista rocciosa abbracciati da un luminoso silenzio fino a che, come un puntino tra le cime aride, non avvistiamo una solitaria tenda berbera e la famiglia ci invita in “casa”. Intavoliamo una surreale conversazione a gesti con padre, madre e bambina mentre sorridiamo, spezziamo il pane schiacciato e sorseggiamo il profumato té bollente. Sono curiosi di noi, siamo tra i pochissimi europei ad avventurarsi in questi remoti scenari di roccia. Il nostro viaggio continua senza altri incontri fino a che la pista ci porta a ridiscendere verso le Gorges du Todra, in direzione di Tamttaouchte. Tra le strette gole del Todra, alte e rosse, spuntano rade palme. Di nuovo sulla strada asfaltata, percorriamo i 162 chilometri che ci separano da Erfoud, “porta” del mare di sabbia, e nel souq facciamo rifornimento di cibo e acqua. Dovremo attraversare il deserto al confine con l’Algeria, usciremo fuori pista e bivaccheremo per due notti lontano da tutto e da tutti. Prima delle dune di Merzouga, la pista attraversa un plateau di sabbia sul quale si incrociano mille tracce di pneumatici. Pernottiamo in deliziose camere in stile berbero all’Auberge Kasbah Derkaoua, l’ultimo avamposto abitato. Le prime dune già si stagliano all’orizzonte, verso sud, e l’auto presto comincia la sua danza sensuale sulle onde di sabbia. Ogni tanto ci fermiamo ed esco felice a piedi nudi per far scorrere i granelli caldi e dorati tra le dita, correre nella luce, cadere, rotolarmi. Sono inebriata da questo paesaggio nomade, che si sposta e modifica a seconda del vento, un paesaggio essenziale dove l’anima trova la sua casa.
La duna “perfetta” Prima dell’imbrunire abbiamo cercato la duna perfetta per montare le tende e accendere il fuoco sotto una mezzaluna circondata da stelle enormi. All’alba arriviamo nel brutto villaggio di Merzouga per rigonfiare le gomme e riempire una tanica di gasolio. Ci aspettano 360 chilometri quasi tutti di fuoripista lungo il confine algerino. Puntiamo a sud-ovest: Giovanni conosce questo piatto deserto a memoria e raramente Before nightfall we searched for the perfect dune to pitch our tents and light a fi re under the half-moon surrounded by enormous stars. At sunrise we arrive at the poor village of Merzouga in order to blow up the tires and fi ll the gasoline tank. We have in front of us 360 kilometres almost all of which are off-road along the Algerian border. We head southwest. In certain zones The “perfect” dune controlla il GPS (Global Positioning System). In certe zone il terreno è così secco che assomiglia a scaglie di cioccolato. In altre, dette “flesh”, la sabbia è fine come cipria e invade l’abitacolo, i capelli, gli abiti. È eccitante lanciare l’auto sui “tchott”, ex laghi salati trasformati in depressioni del terreno, lisci come tavoli da biliardo. Bivacchiamo sulle dune di Agoult e l’indomani risaliamo per 50 chilometri un delirio di massi scuri che rallentano la marcia. Oltrepassiamo Zagora e guidiamo lungo la splendida Vallée du Drâa, punteggiata da palmeti e villaggi di terra sullo sfondo di cime innevate. Nel cielo turchese galleggiano fiocchi di nuvole, nel fiume le donne lavano i panni senza fretta. La luce del tramonto accarezza già Ait Benhaddou quando arriviamo nel villaggio fortificato dove Bertolucci girò alcune scene del “Tè nel deserto”, tingendo i muri del ksar di oro rosso. E finalmente il rifugio per la notte, questa volta, saranno le affascinanti suite del Dar Ahlam, immerso nella palmeraie della vicina Skoura.
Benessere “Berber Style” A Marrakech, soprannominata “l’Esoterica”, sopravvivono antiche credenze magiche e tradizioni terapeutiche ereditate dalla civiltà berbera e dalle genti sahariane che hanno per quasi un millennio frequentato la città carovaniera. «Contro il malocchio, ad esempio, bruciate uno scorpione o un camaleonte essiccato, chiedendo a uno stregone di recitare formule magiche», suggerisce Ibrahim le Berbére, un famoso erborista del souq marrachita. O ancora usate la “pate lunaire”, una crema portafortuna, impastata miscelando muschio, ambra, mastice e altre erbe segrete insieme con acque di diverse fonti. Oppure esponete delle corna di gazzella sulla porta di casa. Nel souq si susseguono “farmacie naturali”e botteghe di “herboriste traditionelle” che vendono alcune delle diecimila piante curative e gli animali “disidratati” usati per le cerimonie scaramantiche. I rimedi (vegetali e animali) sono vari e spesso “esotici”. Il grasso di struzzo è considerato miracoloso contro i reumatismi; il finocchio è utile per depurare i reni; il basilico (poco usato per cucinare) combatte stress e insonnia e, piantato intorno alla casa, allontana gli insetti. La menta piperita, base del “whisky berbero” (il tè alla menta), ha magnifiche virtù toniche, stimolanti e digestive. L’infuso di cannella e chiodi di garofano è buono per l’influenza, mentre il cardamomo aiuta gli asmatici a respirare meglio. I chiodi di garofano hanno anche proprietà digestive (come il cumino) e stimolano l’attività fisica e intellettuale. La noce moscata è un potente antisettico. Molto gettonati (dalle donne) i filtri d’amore, come le tisane a base di petali di rosa mescolati con mandragola, mimosa, lavanda e basilico.
I segreti dell’olio d’argan Non mancano segreti da scoprire anche per gli uomini, come le diverse ricette di “viagra marocchino”. Una di queste prevede due radici di ginseng rosso da mettere in infusione in una tazza di acqua bollente, un’altra “formula” coinvolge una speciale mosca verde lasciata a macerare nel tè alla menta. L’intruglio è da bere ripetutamente prima dell’”uso”. Nelle botteghe di erboristeria si trovano poi i cosmetici tradizionali. Dentro grandi ceste di vimini sono esposte scatolette di terracotta piene di una polvere rossa, l’aker, un fard a base di papavero, il “rossetto berbero”. Immancabili poi sono le bottigline di kohol, la polvere nera di solfuro di antimonio, che ripulisce gli occhi dalle impurità, rafforza la vista, fa crescere le ciglia e rende lo sguardo profondo e misterioso; e poi le maschere di henné che, oltre a colorare e rinforzare le chiome, idrata il corpo. Ma è l’olio di argan il vero segreto anti-age dei Berberi. Si estrae dal seme pressato a freddo dell’Arganias Spinosa, albero che cresce lungo le coste atlantiche del Marocco Sud-Occidentale, ed è sfruttato sia come alimento “terapeutico” (enfatizza l’attività della vitamina C, potenzia il sistema immunitario, è un emodinamico oltre che un antinfiammatorio) sia come olio curativo per massaggi. Il suo alto contenuto di vitamina E e di polifenoli (antiossidanti) lo hanno reso un favoloso prodotto di bellezza per pelli secche e mature. Mescolato con eucalyptus è usato per i massaggi contro i reumatismi, aggiunto all’olio di arnica serve per guarire strappi e dolori muscolari e aggiunto all’acqua di rose diventa un cosmetico antirughe.
Dalle kasbah alle ksar L’architettura berbera è sicura, massiccia e possente. Da secoli si amalgama magnificamente nel paesaggio che la circonda, diventando quasi parte di esso: dalle montagne dell’Alto Atlante alle forre delle Gorges du Dadés, dalla verdeggiante Vallée du Drâ alla Vallé de Ziz e Tagilalet. I materiali disponibili sul posto (terra, paglia, legno, pietre, che - amalgamati insieme - creano il cosiddetto pisé) sono usati per edificare di tutto: i ksar (villaggi fortificati) le kasbah (vaste e raffinate dimore signorili), gli agadir (granai collettivi) o i tighermt (le case per più famiglie imparentate). Queste costruzioni rivelano l’esigenza di difesa, ma anche un marcato senso estetico che si traduce (all’esterno) in decorazioni geometriche, torri “merlate”, alternanza cromatica tra argille di vari colori. Le kasbah custodiscono gli interni più sontuosi, in netta discontinuità col rigore ascetico delle linee architettoniche. Nel segreto delle spesse mura in pisé, infatti, le kasbah rivelano stucchi, mosaici di ispirazione ispano-moresca, finestre decorate, porte di legno di palma, soffitti con rami di oleandro intrecciato, tappeti berberi, pelli, stuoie dipinte. Negli ultimi anni il trend più significativo nell’hotellerie di lusso marocchina è stata la trasformazione di alcune kasbah e piccoli ksar in fiabeschi hotel di charme. Tra questi spiccano il Dar Ahlam, la Kasbah Tamadot, Le Jardin des Douars.
Berber Food & Tajine Il Marocco offre una delle gastronomie più varie e gustose del pianeta, grazie alle molteplici influenze di cui si è arricchita. Importantissima quella berbera, che ha regalato le “fondamenta” alla cucina maghrebina: le tajine, l’harira (zuppa di carne e verdure che le famiglie mangiano a colazione oppure per spezzare il digiuno durante il Ramadan), il cous cous e l’olio di argan. Berbera è anche l’abitudine (vecchia di 150 anni) di bere più volte al giorno l’aromatico tè alla menta, da tutti conosciuto come “whisky berbero”. Invece dai mori sono stati mutuati l’olio d’oliva, le mandorle, la frutta, le erbe, e dagli arabi beduini sono arrivati il latte, i cereali, i datteri. La parola “tajine” indica sia il metodo di cottura che il contenitore di terracotta dentro il quale vengono preparati certi cibi. Le tajine sono formate da un piatto a base rotonda coi bordi bassi su cui viene messo un coperchio dello stesso materiale, a forma di cono, come un cappello cinese. Sono le pentole più diffuse, insieme con le “couscoussière” a due piani per il cous cous. La cottura nella tajine permette di conservare il vapore sprigionato dai cibi, che così non si seccano troppo durante la lunga cottura, lasciando intatto tutto l’aroma e il sapore. Fra le ricette più gustose: le tajine di montone con prugne, quelle di anatra con pere, fichi e carote glassate, le tajine di pollo con limone e olive, quelle di agnello con fichi e mandorle oppure con pere al miele e cannella; di pollo con zafferano e mandorle, poi le tajine di fagioli e quelle di pesce e verdure.
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