Vie del gusto
Martedì 2 Dicembre 2008 - 06:38
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Il bello di Mantova

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Il bello di Mantova
Mantova (MN)
Numero di Settembre 2006

Alla luce del giorno la magia resta intatta. Nel sapiente incastro marrone e ocra dei palazzi risuona il chiacchierio dei passanti, quel brusio, che per uno scherzo acustico delle piazze anguste, pare ovattato, anche nella folla. Il tempo è dilatato a Mantova, ma almeno due visite devono essere programmate con un occhio all’orologio. Palazzo Ducale, città nella città con oltre 500 ambienti, impegna quasi mezza giornata. Due ore, invece, possono bastare per Palazzo Te, la villa dei piaceri voluta da Federico II Gonzaga. Tra una visita e l’altra, un break culinario è di rigore. La tavola opulenta e genuinamente casalinga offre l’imbarazzo della scelta e nei suoi piatti brilla ancora lo splendore del passato. “Cusina di principi e di popolo”, è detta, perché racchiude tanto l’alta gastronomia di origine gonzaghesca quanto pietanze semplici, legate a filo doppio alla disponibilità di una terra fatta di campi, laghi e fossi. Storia e tradizione continuano a vivere nei menu odierni. Succede così con i tortelli di zucca, gli ambasciatori della cucina mantovana, che con quel gusto agrodolce dell’impasto, fatto anche di amaretti e mostarda, svettano incontrastati da una ricetta del coppiere di Lucrezia d'Este, datata 1584. Anche il “Sorbir d’agnoli” (agnolini in brodo serviti in tazza con un po’ di Lambrusco) segue una strada antica e in molti ristoranti precede ancora il primo piatto, esattamente come volevano i signori mantovani. All’Aquila Nigra - locale raffinatissimo, in cui l’amore per il passato si sposa con il gusto per la sperimentazione precede i tortelli e un luccio in salsa d’acciughe, prezzemolo, capperi e polenta abbrustolita, che è un tripudio di sapori. I gesti originari si riconoscono nei ritmi lenti e minuziosi di preparazione. Lo stracotto d’asino deve cuocere a fuoco lentissimo per circa quattro ore. Il risotto alla pilòta (dal nome degli addetti alla brillatura) richiede almeno un’ora, come spiega Cristina Piovani, proprietaria del Grifone Bianco, attentissima ai valori del dettaglio: «Lo facciamo solo su prenotazione”» dice. «Al riso, cotto a parte, viene unito il pesto, ossia la salamella in sacchetto, con quel suo gusto delicato».

Arte e storia scandiscono ritmi d’altri tempi nella città che ospita a settembre il “Festivaletteratura” e una mostra-evento dedicata al Mantegna. Qui la lentezza si scopre sul lago, nelle strade, tra i palazzi e anche in cucina

Minuta e preziosa. Mantova incanta, con il suo profilo di torri, cupole e campanili, sospeso tra acqua e cielo. Bella, bellissima, “degna”, come suggeriva il Tasso, «c’un si mova mille miglia per vederla». Qui Andrea Mantegna, Leon Battista Alberti, Giulio Romano, Tiziano, i giganti dell’arte, hanno lasciato vestigia intramontabili, trasformando la città in una gemma irresistibile. Fondata dagli Etruschi, intorno al VI secolo a.C., Mantova ha dato i natali a Virgilio, durante l’egemonia romana e, nel tempo, ha subito diverse dominazioni. È stata tuttavia la signoria dei Gonzaga, con una parabola lunga quattro secoli, a regalarle il massimo splendore. La stessa avvenenza seduce ancora oggi con un’immutata aura di dolcezza. che è un vero inno alla quiete. La pace è nel primo sguardo, con la stretta dei laghi formati dal Mincio. La calma è in cucina, con tutta la pazienza della tradizione. «Un mondo addormentato in una calda luce», disse Baudelaire. Un luogo dove cibo e cultura vanno assaporati molto lentamente. Mantova merita una visita in ogni momento dell’anno, a settembre però ci sono due motivi in più per non perderla. Dal 6 al 10 il “Festivaletteratura” inonda piazze e cortili con reading e omaggi agli scrittori più famosi e dal 16, fino a metà gennaio, la mostra “Mantegna a Mantova 1460-1506”, celebra l’artista nel V centenario della sua morte. La sede centrale dell’esposizione è presso le Fruttiere di Palazzo Te, ma con lo stesso biglietto si accede al Museo della Città di Palazzo San Sebastiano o alla Casa del pittore (per i turisti il Comune ha promosso la “Mantegna Card Mantova” che costa 5 euro, vale tre giorni e offre sconti in hotel, ristoranti e negozi. E in tutta la città si può seguire il percorso dei luoghi mantegneschi segnalati da una grande “M” (per informazioni, tel. 199199111, www.andreamantegna2006.it).

A passeggio, senza Meta.

Incuneata nell’estremo lembo sudorientale della Lombardia, la città è abbracciata a nord-ovest e a est dai laghi Superiore, di Mezzo e Inferiore, creati dallo sbarramento artificiale del Mincio. Nei tremori dell’acqua si riflettono le quinte dei tesori d’arte, che da Castel San Giorgio fino a Palazzo Te si offrono in uno spazio contenuto, facilmente percorribile a piedi. Lo stretto legame spazio-temporale fra un luogo e un altro del centro storico suggerisce visite all’insegna dell’“improvvisazione emotiva”, senza programmi a tavolino. Meglio seguire quell’impalpabile filo di quiete che qui lega ogni cosa e girare per strade e vicoli facendo di quando in quando soste rigeneranti, anche per il palato. Certo una buona idea è arrivare in città al tramonto e ammirare, dal Ponte di San Giorgio, questa “Venezia sul fiume” ammantata dei colori del sole calante. L’itinerario serale può essere anche brevissimo, ma è di sicuro effetto. Si attraversa Piazza Sordello dove svetta il Duomo, edificato nel XIII secolo e intitolato a San Pietro. Consigliabile un incedere calmo, per ascoltare i passi sulla strada acciottolata e trattenere lo sguardo sulla Magna Domus e il Palazzo del Capitano, a destra della cattedrale. Prima di cena, l’aperitivo. Ottimo quello alcolico, al bar pasticceria Caravatti, poco più in là, sotto i Portici Broletto. È una miscela di vermut aromatici, servita leggera, classica o “punto giallo”, nella versione più forte. Dopo qualche metro c’è Piazza delle Erbe, il salotto di Mantova, da cui si diramano vie e viuzze, che portano fino allo scorrere pittoresco del Rio. Nella centrale via Calvi si trova una caffetteria, La Ducale, che propone un drink imperdibile, nato dalla creatività della proprietaria, la signora Zeffira Adami, un vulcano di idee ed entusiasmo. A una base di frutta fresca frullata viene unito l’Ippocrasso, miscelazione di quattro uve nere e due bianche, con un pizzico di zenzero e cannella. Il locale, fondato nel 1865 e arredato con specchiature e mobili primo ’900, è stato riconosciuto di rilievo storico dalla Regione Lombardia. Qui spuntini e colazioni sono un’arte: specialità di punta è il caffè al pepe, erogato in tazzina su una crema a base di cioccolato, di ricetta segretissima. «Non va né zuccherato, né mescolato», precisa la signora Adami. «Così si sentono distintamente i tre sapori e il pepe nero esalta l’aroma del caffè e del cioccolato, prolungandolo nel tempo, dopo l’ultima sorsata».

Tradizione in Tavola

Alla luce del giorno la magia resta intatta. Nel sapiente incastro marrone e ocra dei palazzi risuona il chiacchierio dei passanti, quel brusio, che per uno scherzo acustico delle piazze anguste, pare ovattato, anche nella folla. Il tempo è dilatato a Mantova, ma almeno due visite devono essere programmate con un occhio all’orologio. Palazzo Ducale, città nella città con oltre 500 ambienti, impegna quasi mezza giornata. Due ore, invece, possono bastare per Palazzo Te, la villa dei piaceri voluta da Federico II Gonzaga. Tra una visita e l’altra, un break culinario è di rigore. La tavola opulenta e genuinamente casalinga offre l’imbarazzo della scelta e nei suoi piatti brilla ancora lo splendore del passato. “Cusina di principi e di popolo”, è detta, perché racchiude tanto l’alta gastronomia di origine gonzaghesca quanto pietanze semplici, legate a filo doppio alla disponibilità di una terra fatta di campi, laghi e fossi. Storia e tradizione continuano a vivere nei menu odierni. Succede così con i tortelli di zucca, gli ambasciatori della cucina mantovana, che con quel gusto agrodolce dell’impasto, fatto anche di amaretti e mostarda, svettano incontrastati da una ricetta del coppiere di Lucrezia d'Este, datata 1584. Anche il “Sorbir d’agnoli” (agnolini in brodo serviti in tazza con un po’ di Lambrusco) segue una strada antica e in molti ristoranti precede ancora il primo piatto, esattamente come volevano i signori mantovani. All’Aquila Nigra - locale raffinatissimo, in cui l’amore per il passato si sposa con il gusto per la sperimentazione precede i tortelli e un luccio in salsa d’acciughe, prezzemolo, capperi e polenta abbrustolita, che è un tripudio di sapori. I gesti originari si riconoscono nei ritmi lenti e minuziosi di preparazione. Lo stracotto d’asino deve cuocere a fuoco lentissimo per circa quattro ore. Il risotto alla pilòta (dal nome degli addetti alla brillatura) richiede almeno un’ora, come spiega Cristina Piovani, proprietaria del Grifone Bianco, attentissima ai valori del dettaglio: «Lo facciamo solo su prenotazione”» dice. «Al riso, cotto a parte, viene unito il pesto, ossia la salamella in sacchetto, con quel suo gusto delicato».

Consigli per gli acquisti

Salami, Parmigiano Reggiano e Grana Padano Dop, pane e dolci, sono solo alcuni dei prodotti tipici di Mantova. Trovarli, senza muoversi dal centro, è facilissimo. Le strade sono costellate di botteghe e negozi dove cortesia e qualità regnano sovrane. Una guida in pillole? Imperdibili i salumi e i formaggi della Gastronomia Iotti, ottima la mostarda di mele campanine prodotta dal Tagliere. Per le leccornie zucchero-farina, ideale il panificio- pasticceria Pavesi. Dal suo forno escono 80 tipi di pane, chisöl (ciambella) con e senza strutto, paste al torchio, Sbrisolona e altre torte-simbolo: Elvezia, di Tagliatelle, al Vultun (specialità della casa, con nocciole e gocce di cioccolato).

del.icio.us


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