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Cartoline da Lodi
Lodi
Numero di Novembre 2006
Lombardia. A pochi chilometri da Milano c’è un angolo sorprendentemente ricco di tesori artistici e naturali. Che conserva sapori e ritmi del buon tempo antico
Viaggiare lungo una delle tante strade del Lodigiano è un’esperienza godibile e singolare: la vista si perde tra boschi, noccioleti e innumerevoli canali, chiese e campanili, abbazie, cascine, rocche e castelli frequentemente intervallati da splendidi casolari. Questa distesa, che pare infinita, è interrotta “a sorpresa” dal poggio di San Colombano al Lambro, una collina ricoperta quasi del tutto dalla vite. Una visita in questi luoghi è un’ottima occasione di relax sia per il corpo sia per l’anima, ma non sempre lo si tiene presente. Nel fine settimana chi abita nel capoluogo lombardo preferisce spesso affrontare code interminabili per andare sempre e soltanto in altre e più gettonati siti turistici. In realtà, a due passi da casa, ci sono località ricche di storia e tradizioni, foriere di sorprese inaspettate, con monumenti, gioielli artistici, vigneti e prodotti tipici tutti da scoprire. Come in questa terra.
PER CHIESE E PER CASCINE.
Prima di addentrarsi nel Lodigiano, merita una visita un tesoro nascosto, vicinissimo a Milano: in direzione sud, a soli otto chilometri dal Duomo, si incontra subito l’Abbazia di Chiaravalle con la spettacolare torre alta 56 metri, chiamata affettuosamente dai milanesi “Ciribiciaccola” per via di una leggenda legata ai “ciribiciaccolitt”, i piccoli vie del gusto 61 della cicogna che facevano il nido nel campanile. Fu fondata nel 1135 per volere di San Bernardo di Clairvaux ed è merito dei monaci cistercensi se tutto il comprensorio, circondato da paludi, fu bonificato rendendo fertile il terreno. Oggi, dell’antico Monastero rimane la Chiesa la cui cupola fece da modello per quella della Certosa di Pavia. Arriviamo quindi a Lodi, “capitale” del Lodigiano e capoluogo di provincia dal 1993. La parte “vecchia” non è situata, come ci si aspetterebbe, all’interno di quella nuova. Bisogna, infatti, percorrere otto chilometri da Lodi per raggiungere, in piena campagna, l’antichissima Laus Pompeia. Secondo Plinio II questo borgo fu fondato nel 500 a.C. e divenne colonia romana novant’anni prima della nascita di Cristo, mentre la sua fine, come Laus, risale al 1159. In quell’anno fu rasa al suolo dai milanesi alla cui furia distruttrice scampò solo un gruppo di monaci che diede vita al monastero cluniacense della cascina San Marco. Oggi questo antico borgo merita una visita per il valore artistico degli edifici sacri: la Basilica dei 12 Apostoli (dedicata a San Bassiano, patrono di Lodi), la Cappella intitolata ai Santi Martiri Naborre e Felice, la Chiesa di S. Pietro. Ma Lodi Vecchio è, soprattutto, luogo per antonomasia di uno dei simboli di queste terre: la cascina, vero patrimonio di cultura e, nello stesso tempo, esempio di architettura tipica. Percorrendo i sentieri ricchi di salici, pioppi e campi di frumento, è possibile visitare la cascina Gualdane, con il suo mulino datato 1797, piuttosto che la già citata cascina San Marco, antica abbazia del 1438. Infine, per gli appassionati e i collezionisti di ceramiche, Lodi Vecchio è un vero e proprio punto di riferimento: vanta, infatti, un’antica tradizione in questa antica arte per merito della presenza molto diffusa di argilla e di numerose fornaci. Le sue ceramiche hanno il marchio Doc, istituito con decreto del Ministro dell'Industria, Commercio e Artigianato del 26 giugno 1997. Lo stile “Ceramica Vecchia Lodi” ha avuto il suo più alto riconoscimento insieme ad altre 27 località che si distinguono in questa arte. Per quanto riguarda invece la “nuova” Lodi, da pochi anni capoluogo, Piazza della Vittoria è tuttora il cuore della cittadina, nelle cui strade centrali si coglie ancora il segreto di un vero e autentico centro di provincia.
TERRA DI SANTI, MUSEI E... PANE.
Proseguendo il nostro cammino, giungiamo a Sant’Angelo Lodigiano, intitolata al santo omonimo e anche città natale di Santa Francesca Saverio Cabrini, canonizzata nel 1946 da Papa Pio XII e famosa per i suoi “Columbus Hospital”, punti d’incontro e di soccorso degli emigranti italiani negli Stati Uniti. Merita uno sguardo anche la statua di Enrico Manfrini, lo “scultore dei Papi”, che è stato docente per molti anni presso l’Accademia di Brera di Milano. Il bel Castello Bolognini del XIII secolo ospita invece ben tre musei: il Museo Morando Bolognini, dove si possono ammirare mobili, quadri e vasellame del ’700 e del ’900; il Museo di Storia dell’Agricoltura, un bellissimo affresco della agricoltura tradizionale lodigiana con ricostruzioni di botteghe artigiane e, infine, il Museo del Pane. Qui, per gli amanti del genere, c’è soltanto l’imbarazzo della scelta: cinque sale per scoprire i diversi cereali che costituiscono la materia prima del pane, il ciclo di lavorazione, le attrezzature, le forme - più di 500 - vere e da tutto il mondo. A ridosso della collina di Lodi, c’è poi Miradolo: luogo di terme, relax e sagre. Si tratta di un piccolo paese noto per le fonti da cui si ricavano le acque minerali salso- bromo-iodiche utilizzate nelle locali terme per trattamenti salutari, riposanti e rilassanti. La loro origine è legata alle falde acquifere salmastre, anticamente presenti nella pianura lodigiana e studiate da Andrea Volta - fratello del più noto Alessandro - a fine ’700. Miradolo è anche sede di fiere divertenti e ideali per visitatori a caccia di sapori: a fine maggio si tiene la “Festa dei piselli”, mentre in autunno ci si può sbizzarrire o alla ricerca di funghi - per chi è esperto e sa riconoscerli, come i chiodini o le mazze di tamburo - oppure con la “Festa delle castagne”, che si svolge a metà ottobre. Arriviamo, infine, in uno dei luoghi principali del nostro tour nel Lodigiano, ideale soprattutto per i gourmet: San Colombano al Lambro. La piccola collina sorge nel bel mezzo della Pianura Padana, 8 chilometri da est a ovest in tutto, circa 330 ettari di terreno vitato, dalla cui sommità si scorgono facilmente le vicine colline del piacentino e quelle dell’Oltrepo Pavese. I “banini”, nome con cui vengono chiamati i suoi abitanti, pur vivendo immersi geograficamente e culturalmente nell’area lodigiana, fanno parte della provincia di Milano per scelta, in seguito a un referendum che ha permesso loro di decidere liberamente se continuare a essere amministrati dal capoluogo lombardo oppure no, quando è nata la provincia di Lodi. Prima di un giro panoramico all’interno delle stradine che costeggiano i vigneti o di una visita a una delle locali cantine, vale la pena di fare un sopralluogo al Castello, di cui si conservano ancora gran parte delle mura e la torre d'ingresso. Subito dopo, una sosta presso le cantine della zona, fa scoprire l’importanza del vino per questa terra. Si tratta del prodotto principe di una cultura legata alle tradizioni e rimasta ancora familiare e contadina. Ci sono vini rossi frizzanti da una parte, ma anche fermi o nella versione “riserva” dall’altra, ottenuti dalla vinificazione, principalmente, di Barbera, Croatina e Uva rara, che insieme formano quel tipico taglio che è all’origine della locale denominazione. Ultima nata, la tipologia in bianco, che prevede l’utilizzo di Chardonnay e Pinot nero e, per finire, non si può non ricordare la Verdea, vitigno autoctono a bacca bianca, che dà origine a un bianco leggermente vivace, leggero, aromatico.
TRADIZIONI NEL PIATTO.
Il Lodigiano è una terra legata profondamente ai tradizionali costumi di contadini e produttori e lo si evince anche dai suoi prodotti tipici e dalla cucina. Da un’idea ingegnosa degli antichi casari lodigiani è nata la raspadura, una varietà di formaggio oggi molto apprezzata e unica nel suo genere, ideale da abbinare al vino bianco, frutto della Verdea. Il suo nome dialettale risale alla tecnica e al particolare coltello con cui i sagaci casari riuscirono a ottenere sottilissime lamine di formaggio “raspandole” dalla superficie di una forma di granone lodigiano giovane (4/6 mesi). Il procedimento fu utilizzato le prime volte per poter sfruttare anche le forme di granone lodigiano non ritenute idonee a una stagionatura di lungo periodo, che invece deve essere di circa 20/22 mesi e che dà origine al capostipite di tutti i formaggi a grana nazionali. Tra gli altri prodotti caseari, grande vanto della gastronomia lodigiana, figurano anche il mascarpone, il gorgonzola stravecchio a fermentazione naturale, il provolone valpadano nonché il pannerone, aromatico, burroso, dal sapore tendenzialmente dolce, ma con un lieve retrogusto amarognolo. La semplicità e l’ingegno della tradizione contadina si ritrovano anche a tavola. Piatti sapidi vivono con ingredienti principali legati al territorio: burro, insaccati di maiale e formaggio. In nome della semplicità, tra gli antipasti vanno ricordati: la frittata con le “sigule” (le cipolle) o con le “urtis” (le cime del luppolo selvatico che crescono spontaneamente), “en carpion” (macerata nell’aceto) o ancora con la “ragnusa” (la luganiga). Tra i primi piatti un cenno particolare lo meritano senz’altro gli gnocchi (con farina, patate, spinaci ed erbe) e la minestra “maridada” (con papavero, cicoria, porri, riso e aggiunta di uova). Tra i secondi, il posto d’onore spetta alla trippa di San Bassan, d’obbligo il 19 gennaio, festa del santo patrono. Ma il Lodigiano è anche una storica zona di rane, un tempo piatto povero ed economico e ai giorni nostri, come spesso capita, non più così a buon mercato: vengono cucinate “in umid” (cioè col sugo) oppure impanate e fritte. Animali selvatici (lepri e fagiani), anatra, anguilla e polenta chiudono un ventaglio di offerte gastronomiche variegate e adatte a tutte le stagioni. E per chiudere in dolcezza, vale la pena di menzionare qualche fiore all’occhiello tra i dessert: la “tortionata” (a base di mandorle), le crostate con marmellate, soprattutto di ciliegie (ottima la produzione locale), la “pucia dulsa” (tuorli e chiare d’uovo, con zucchero, rhum e mascarpone).
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