|
Barilla story
Parma (PR)
Numero di Maggio 2007
Famiglie del gusto. L’azienda simbolo del Made in Italy è guidata da una “dinastia” che ha portato oltre confine pasta, biscotti e tante altre delizie
«Date ai consumatori ciò che dareste ai vostri figli»: era il motto di Pietro Barilla che ha retto le sorti dell’azienda di famiglia a Parma, dagli anni Cinquanta fino al 1993. Dal padre, i figli ora al comando, hanno ereditato il coraggio, soprattutto di fare investimenti sul filo del rischio “in nome della qualità”. Impiegando per le innovazioni ben il 5,50% del fatturato, la maggior impresa alimentare nazionale va al passo con i tempi. «Riteniamo essenziale preservare l’identità dell’azienda, espressione del “saper fare italiano“, e guidare le persone in ogni parte del mondo alla scelta di un’alimentazione equilibrata, facendo leva su un’offerta in grado di soddisfare i loro bisogni», afferma Guido Barilla, presidente del Gruppo. «Reinterpretando la “gastronomicità”, asset strategico della nostra presenza sui mercati, nel concepire i prodotti teniamo presente l’esigenza di un benessere accessibile a tutti e di una continua ricerca che ci consenta di costruire in questa direzione anche in futuro».
L’evoluzione della specie
Tradotta sui banchi di vendita, la mission significa dieci diverse famiglie di alimenti, suddivise in due categorie: Primo Piatto all’italiana e Prodotti da Forno. Dalla sua nascita, Barilla è sinonimo di pasta tanto da detenere il primato in questo settore nel mondo, dove compete anche con tre marchi “egemoni” a livello locale (Misko in Grecia, Filiz in Turchia e Yemina in Messico). «Il futuro dell’Azienda è internazionale, e non multinazionale, con il cuore e una regia forte a Parma e unità produttive e organizzative all’estero, sempre con il grano come materia prima di riferimento», dichiara l’amministratore delegato Gianluca Bolla. «Ad oggi i Paesi su cui puntiamo maggiormente sono l’Europa e gli Stati Uniti, dove ormai Barilla è leader con una quota che si aggira intorno al 25% e dove entro l’anno inaugureremo il secondo pastificio ad Avon, nello stato di New York. Ma guardiamo anche all’Est quindi inizieremo l’espansione in Russia e non escludiamo di considerare in seguito India e Cina». Tra le new entry, Pasta Plus è stata formulata per gli americani con vari tipi di cereali, fonte di fibre, proteine e acidi grassi essenziali Omega- 3. Invece per il Vecchio Continente, è nata Pasta Integrale, sempre al dente, e, per l’Italia, Orizzonti, che unisce al grano duro altri ingredienti mediterranei, come cereali e legumi. Per accompagnare i suoi 350 formati di pasta secca e i 30 di quella all’uovo, Barilla prepara oltre 40 Sughi pronti. Dal 2003, con l’acquisto di Gelit a Latina, il colosso emiliano ha completato il repertorio con i primi piatti surgelati.
Dal campo al piatto
Non sorprende quindi che Barilla sia il più grande utilizzatore mondiale di grano duro: circa 1.250.000 tonnellate all’anno. La supremazia sottintende la conduzione in prima persona della semina, della coltivazione, della raccolta e dello stoccaggio di particolari spighe. Il controllo di filiera parte dalla selezione e dalla costituzione di varietà adatte a fornire ottime semole, come dice Bolla: «È il caso del grano Svevo, ottenuto in collaborazione con primarie aziende sementiere. Per oltre il 70%, il nostro grano è italiano e per il 30% arriva soprattutto dal Nord America e dall’Australia. Le specie estere sono pregiate e, miscelate con quelle nazionali, consentono elevati e costanti livelli qualitativi, grazie al buon contenuto di proteine e al colore giallo ambrato». Per garantire l’assenza di sostanze a rischio, il contratto di semina con i fornitori prevede severi standard su fertilizzanti e sistemi di conservazione, mentre per ogni produzione fanno testo le rigide norme igienico-sanitarie, o GMP (Good Manufacturing Practice), stabilite dalla Casa. «Siamo convinti che l’impresa comunichi attraverso i prodotti che sono il concentrato e l’espressione del nostro lavoro quotidiano », commentano “i Barilla” la cui immagine è spesso intrecciata con quella della loro azienda. «Se le persone si sentono rassicurate dalla presenza della nostra famiglia questo non può che essere per noi motivo di soddisfazione».
Arte bianca
Dalla piccola bottega del capostipite Pietro Barilla, che nel 1877 produceva pane e 50 chili di pasta al giorno, discendono i Prodotti da Forno. La gamma, che vale il 48% del fatturato dell’azienda, comprende lo storico marchio Mulino Bianco, datato 1975, nonché Wasa e Pavesi, con le specialità Pavesini, Ringo e Gocciole, e copre vari momenti del consumo, dalla prima colazione al fuori pasto: biscotti, fette biscottate, cereali, snack, pasticceria, pani morbidi e croccanti, brioches, merende, torte. Più di 190 referenze, frutto di 37 tecnologie. Sottolinea Bolla: «La nostra è l’unica impresa al mondo a gestire processi di produzione così diversificati, con oltre 600 prodotti finiti, 740 differenti ingredienti e circa 600 fornitori, per 26 poli produttivi, tra pastifici, fornerie e mulini, e 45 magazzini. Tutte le materie prime sono eccellenti e i procedimenti di elaborazione mirano a mantenere inalterate le loro caratteristiche originarie. Per i prodotti da forno, il solo latte utilizzato è quello fresco di alta qualità, consegnato da poche stalle fidate, circa 30, di Cremona e Mantova. In un anno adoperiamo oltre 500 milioni di uova, acquistate esclusivamente da produttori che attuano al loro interno tutto il ciclo di lavorazione ». Ogni prodotto viene rimodernato almeno ogni tre anni e le ultime novità “sfornate” sono tante, come i Pangoccioli, merenda a base di pane, i Cornetti e i Girasoli, dolci del mattino, e i filoni da tavola.
L’unione fa l’impresa
Non a caso, Guido Barilla dichiara: «La nostra strategia deve essere continuare a ricercare soluzioni industriali efficienti e all’avanguardia, capaci di valorizzare al massimo le sinergie e le economie di scala del Gruppo». Al suo fianco, operano i fratelli Luca e Paolo, vicepresidenti, e la sorella Emanuela, membro del Consiglio. «La forza della Barilla è la grande coesione tra fratelli che, integrandosi a vicenda, si riuniscono per decidere pianificazioni e condotta, anche di responsabilità sociale», commenta Manfredo Manfredi, già amministratore delegato e ora consigliere. «Nello stile del padre, i figli mantengono separata la proprietà dall’operatività, affidata ai manager, e perseguono la concentrazione del business, senza la dispersione di affari individuali». La capacità di conseguire gli obiettivi e di individuare le procedure più efficaci ha valso ai quattro fratelli il IX riconoscimento IMD, riservato alla migliore azienda familiare plurigenerazionale del mondo. A Copenaghen, 20 Accademici internazionali hanno riconosciuto che la Barilla intende rimanere una società privata, motivata da valori radicati, dal rispetto della tradizione e dall’ambizione di una forte leadership. «Il nostro impegno principale è dare un senso a tutto ciò che realizziamo, facendo bene le cose in cui crediamo», confidano i quattro. «L’impresa deve avere una moralità di fondo per cui deve esprimersi, da un lato, tramite la qualità, l’affidabilità e la sicurezza dei prodotti e, dall’altro, attraverso i comportamenti, trasparenti e coerenti con i valori che hanno fatto di Barilla una grande azienda in questi 130 anni di storia».
In Academia
Nel cuore della Food Valley, a Parma, dal 2004 è attivo il primo centro internazionale per la diffusione dell’arte gastronomica italiana. Inserita nel Centro Commerciale Barilla, l’omonima Academia (academiabarilla.com) vanta spazi all’avanguardia, dall’auditorium alle 16 cucine, in cui appassionati e ristoratori possono ampliare le loro conoscenze. Sotto la guida degli chef Barilla, già 7.000 persone, in prevalenza americani, hanno seguito corsi di degustazione di prodotti tipici e di formazione culinaria, personali o a gruppi, della durata di due giorni/una settimana, su temi come “le cucine regionali”. A integrazione, vengono proposti tour enogastronomici e approfondimenti alla Biblioteca Gastronomica che, al mercoledì, su prenotazione, apre i battenti a tutti. Alla BIGAB, si possono consultare 8.000 volumi, di cui 1.500 esclusivi, che spaziano dal XVI secolo ad oggi, ripartiti in 870 sezioni, con titoli quali “Le ricette del Duce” e “Gola e preghiera”. «A giugno, verranno esposti anche 5.000 menu antichi, con cui si può ripercorrere la storia», riferisce il direttore Gianluigi Zenti. «Per le aziende organizziamo convegni ed eventi e, dal 23 al 26 giugno, ospiteremo, per la prima volta in Italia, il 17° Annual World Forum and Symposium Food Culture, che promuove sicurezza, tecnologia e sviluppo economico nell’alimentare».
Di padre in figlio
La vicenda si ripete: da Pietro Barilla (l’antesignano) alla sua prole - Riccardo e Gualtiero che nel 1910 sono stati i fondatori del primo stabilimento, con 80 operai - ai suoi nipoti, Pietro e Gianni, artefici nel 1939 della prima pasta confezionata. Fino ai pronipoti. L’accelerazione verso il successo di oggi è impressa alla Barilla, dopo la Seconda Guerra Mondiale, da Gianni e Pietro alla guida rispettivamente di produzione e pubblicità. Quadruplicati volumi e fatturato a fine degli anni ‘60, l’azienda ha attraversato due decenni superando ogni ostacolo, fino ad arrivare ai traguardi del millennio appena iniziato. Con il medesimo entusiasmo.
Fuoriclasse
L’Azienda semina anche in campi diversi da quelli del grano. Nel 2005 ha istituito il Barilla LAB (Barilla Laboratory for Food Culture), mirato a Education e Learning, perché «c’è bisogno di figure professionali flessibili e capaci di mettere in gioco nel business nuove categorie interpretative», spiega il responsabile Armando Marchi. «Il Lab ha il compito di far progredire le competenze manageriali, sviluppando idee, in contatto con centri di ricerca internazionali». Il termine “Training” viene sostituito con quello tedesco “Bildung”, che sta per crescita, culturale, caratteriale e professionale, con metodologie innovative per l’auto-apprendimento. «Il settore alimentare è anche un luogo di produzione di cultura e richiede sensibilità e versatilità verso variabili sociali e scientifiche», aggiunge Marchi. «Strategia vuol dire convivere con cambiamento e anche imprevedibilità, compiendo scelte con scarse informazioni. Limitarsi a colmare i gap equivale ad affogare nel passato, mentre aggiungere una dimensione intellettuale significa cercare di trasformare le ipotesi in una forza operativa di business e guardare al futuro».
|